Usa e Cina l'abbraccio possibile delle valute

Il dibattito sugli squilibri globali ci ha portato a ritroso nel tempo. La proposta di Tim Geithner, segretario al Tesoro statunitense, di un limite ai saldi con l'estero, ci riporta alle preoccupazioni di John Maynard Keynes alla conferenza di Bretton Woods nel luglio del 1944. Keynes, che rappresentava la Gran Bretagna, era ossessionato dai pericoli di un aggiustamento asimmetrico tra i paesi in surplus e in deficit. Gli Stati Uniti, allora il paese più in surplus a livello mondiale, respinse gli appelli per un meccanismo che esercitasse pressione su entrambe le parti. Ora gli Usa si trovano sul fronte opposto.
È possibile che la Cina accetti ciò che gli Stati Uniti hanno rifiutato? Forse sì. Il comunicato ufficiale della riunione avvenuta il 23 ottobre in Corea del Sud tra i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali del G-20 ha affermato che «il persistere di gravi squilibri, valutati rispetto a linee guida indicative da concordarsi, autorizzerebbe un accertamento della loro natura e delle cause all'origine degli ostacoli all'aggiustamento come parte del processo di valutazione reciproca delle politiche economiche del G-20, riconoscendo l'esigenza di tener conto delle condizioni nazionali o regionali, comprese quelle dei grandi produttori di materie prime». Questa brutta frase risponde alla proposta di Geithner di stabilire il 4% del Pil come indicatore-soglia degli squilibri di surplus e deficit correnti.
A cosa mira Washington? Ha un senso la sua proposta? Potrebbe funzionare? Gli Stati Uniti vogliono stabilire il principio che sia i paesi eccedentari sia i paesi deficitari hanno il dovere di aggiustare il saldo delle partite correnti. Propongono che si concordi un determinato valore numerico di surplus o deficit, raggiunto il quale un paese dovrebbe intervenire. Non si tratterebbe di un tetto vero e proprio. Non ci sarebbero sanzioni. Il regime monetario globale continuerebbe senza i meccanismi automatici proposti da Keynes nel 1944. Inoltre, gli Stati Uniti sperano di assicurarsi la rivalutazione delle monete di varie economie emergenti, in particolare quella cinese, rispetto alle valute dei paesi ad alto reddito, soprattutto il dollaro americano.

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Ha senso questa proposta? A mio avviso, ci sono tre distinguo da fare.
Innanzitutto, gli attuali grandi accumuli di riserve di valuta estera non sono un fenomeno determinato dal mercato bensì il risultato di decisioni governative. Potevano essere giustificati, inizialmente, col tentativo di creare un'assicurazione contro i traumi finanziari. Ma queste riserve sono andate ben oltre. In secondo luogo non si può ignorare la prova ripetuta che l'economia mondiale è incapace di usare grandi flussi di surplus di risparmi in maniera sicura ed efficiente. Infine, il mondo d'oggi ha un enorme eccesso di capacità produttiva. Ciò, come avrebbe certamente sostenuto Keynes, rende altamente indesiderabile l'aggiustamento solo da parte dei paesi in deficit.
Perciò che effetto avrebbero gli indicatori statunitensi sui paesi del G20? Se aggiungiamo la Spagna al gruppo, si prevede che quest'anno Usa, Sudafrica, Turchia e Spagna abbiano "deficit eccessivi", mentre Cina, Russia, Germania e Arabia Saudita presentino "surplus eccessivi". Ma, come "grandi esportatori di materie prime", Russia e Arabia Saudita presumibilmente sarebbero esentate. Inoltre, se dovessimo concentrarci sull'entità dei surplus e dei deficit anziché solamente sulle quote del Pil, il Giappone si collocherebbe tra i paesi eccedentari, mentre Italia, Brasile e Gran Bretagna si troverebbero tra quelli con grossi deficit.
Questi indicatori delle partite correnti possono costituire solo un punto d'inizio. È anche importante concentrarsi esclusivamente su paesi sistematicamente significativi: si stima che il surplus delle partite correnti di Singapore raggiunga il 20% del Pil. Ma il resto del mondo non ha ragione di preoccuparsene. Inoltre, per i paesi più grandi, persino un indicatore del 4% potrebbe essere ben troppo largo. Tuttavia indicatori quantitativi per lo meno possono rendere la discussione sull'aggiustamento molto più mirata di quanto sia stata sinora.
Infine, riusciremmo a far funzionare questo approccio? Esiste per lo meno la possibilità. Alle riunioni annuali dell'Fmi e della Banca mondiale, due economisti cinesi mi hanno informato che la Cina ha già deciso di limitare le sue eccedenze. Quindi una discussione sul tema sarebbe molto più fruttuosa di una incentrata solo sul tasso di cambio. Tuttavia, considerando il grande ammontare delle sue riserve e la sua rapida crescita, la Cina dovrebbe ambire all'equilibrio della bilancia con l'estero, se non a un decifit, piuttosto che a un surplus del 4% del Pil. Diversamente dai paesi deficitari che tanto preoccupavano Keynes, gli Usa hanno a disposizione armi potenti, non ultima la capacità di emettere la principale valuta di riserva del mondo. il resto del mondo non può costringerli facilmente ad aggiustare la bilancia dei pagamenti se non lo desiderano. Inoltre tutti, compresi i cinesi, sembrano temere le conseguenze monetarie di un ulteriore alleggerimento quantitativo statunitense. Fortunatamente, maggiore è il successo dell'espansione della domanda globale e dell'aggiustamento dei tassi di cambio reali, meno si rende necessaria una tale politica da parte degli Usa.
Il fulcro di qualsiasi discussione sull'aggiustamento globale, quindi, dev'essere tra Usa e Cina. La Germania continuerà a fare ostruzionismo. Ma le vittime sono i suoi partner nell'eurozona: hanno deciso di convivere con la devastante combinazione di competitività esterna e restrizione domestica della Germania, in presenza di un irrevocabile tasso di cambio fisso. Il Giappone appare semplicemente incapace di affrontare la sua difficile situazione macroeconomica. Ma la Cina è un caso molto diverso, una superpotenza in pieno sviluppo con una vasta popolazione ed enormi necessità domestiche. Non c'è ragione per cui debba restare un grande esportatore di capitale.
Il ruolo del G20 è di offrire un luogo riparato per le necessarie discussioni tra le superpotenze in carica e quelle future. Se la Cina dovesse porsi l'obiettivo di incrementare la domanda e conseguentemente eliminare i surplus delle partite correnti, auspicabilmente attraverso un aumento dei consumi, il popolo cinese ci guadagnerebbe e lo stesso farebbe il resto del mondo. Contemporaneamente gli Usa dovrebbero impegnarsi in un consolidamento del bilancio a lungo termine.
Nel frattempo, il ruolo degli altri capi di governo del G20 che s'incontreranno la settimana prossima in Corea, è quello di promuovere il necessario accordo. Se ci riusciranno, proveranno uno dei più grandi vantaggi del multilateralismo: è un mezzo per controllare i conflitti tra le maggiori potenze. Geithner ha offerto un'ingegnosa alternativa all'infinita frizione sui tassi di scambio. Il presidente cinese dovrebbe cogliere al volo la scappatoia offertagli dagli Stati Uniti.
(Traduzione di Elisa Comito)
© FINANCIAL TIMES

03/11/2010