Usa e Cina ballano su 29 rischi-guerra

di
Christian Rocca
Gli ultimi due premi Nobel per la pace sono stati vinti da un americano e da un cinese, dal presidente Barack Obama e dal dissidente Liu Xiaobo. Gli interessi di America e Cina iniziano pericolosamente a divergere, malgrado i due sistemi economici siano ormai interdipendenti. La decisione di premiare il leader statunitense e l'oppositore del regime cinese fotografa la tensione crescente tra Washington e Pechino.
La grande sfida del 2011 è tra l'unica superpotenza mondiale, per quanto sfiancata da debito, ansia e crisi, e l'emergente potenza economica e militare del XXI secolo. In ballo ci sono le questioni monetarie e commerciali, il controllo dei mari del Sud, la leadership in Asia, gli approvvigionamenti energetici e di materie prime. Ma anche gli aiuti nucleari americani all'India e quelli cinesi al Pakistan, l'indipendenza di Taiwan e le minacce atomiche della Corea del Nord.
La data chiave è il 19 gennaio - in concomitanza con il debutto della decima stagione di American Idol, lo show di più grande successo televisivo negli Stati Uniti - quando il presidente cinese Hu Jintao andrà da Obama a Washington. Vecchie volpi come Zbigniew Brzezinski suggeriscono ai due paesi le strade per restare amici, mentre i falchi alla John Bolton invitano la Casa Bianca a non cadere nella trappola coreana (i soliti e inconcludenti colloqui sul nucleare), in realtà tesa dalla Cina per imbrigliare Washington.
Il 2011 (luglio) è anche l'anno dell'avvio del disimpegno dall'Afghanistan, dove le truppe Nato però resteranno fino al 2014 e forse oltre. Entro la fine dell'anno, in base all'accordo firmato da George W. Bush e dal premier iracheno Nouri al-Maliki, gli ultimi 50mila soldati lasceranno l'Iraq, dove il 15 marzo - per la prima volta dalla caduta di Saddam - tornerà a tenersi un summit della Lega Araba. Il premier iracheno ha confermato di non aver più bisogno degli americani. Lo storico militare del Council on Foreign Relations, Max Boot, però è scettico e crede che sarebbe meglio se in Iraq restasse una presenza militare di lungo termine come in Germania, Italia, Giappone e Corea del Sud.
Il primo momento di crisi del 2011 è annunciato per la settimana prossima. Tra il 9 e il 14 gennaio si terrà il voto sull'indipendenza del Sud del Sudan. Sarà difficile che il Nord islamico guidato dal presidente islamista Bashir si lasci sfilare i giacimenti petroliferi del Sud cristiano e animista. L'Iran resta al centro delle preoccupazioni mondiali. Gli ayatollah hanno riavviato le iniziative politiche per dividere la comunità internazionale sui programmi atomici.
Il Centro per l'azione preventiva del Council on Foreign Relations ha individuato 29 potenziali conflitti che potrebbero aprirsi quest'anno. Oltre alle aree già citate, ci sono anche Arabia Saudita, Libano, Egitto, Yemen, Somalia, Zimbabwe, Congo, Nigeria, Birmania, Kyrgyzstan, Uganda, Costa d'Avorio e Thailandia. L'ultima copertina dell'Economist teme un'estesa guerra in Medio Oriente. I nuovi conflitti del 2011, secondo la rivista Foreign Policy e l'International Crisis Group, potrebbero essere 16, dal Venezuela (bande governative pronte a difendere la rivoluzione di Chávez con i kalashnikov) ad Haiti (il 16 gennaio, a un anno dal terremoto, c'è il ballottaggio presidenziale), dal Tajikistan (nuovo rifugio di al-Qaeda) alla Guinea (militari contro il presidente eletto), dal Guatemala (elezioni ad agosto e cartelli della droga) al Messico (dove negli ultimi quattro anni sono stati 30mila i morti della guerra alla droga).
© RIPRODUZIONE RISERVATA

05/01/2011