USA: 'CINA RISPETTI GLI IMPEGNI SU APERTURA MERCATI'

USA: 'CINA RISPETTI GLI IMPEGNI SU APERTURA MERCATI'

Pechino, 4 feb.- Da una Cina ancora impegnata a festeggiare il capodanno non è ancora giunta alcuna replica ufficiale. Eppure, nell'esprimere le sue critiche alle politiche commerciali cinesi, il segretario al Commercio USA Gary Locke ha usato toni particolarmente severi: "Siamo preoccupati per le pratiche adottate dalla Cina in diverse aree, ma il vero problema consiste nella discrepanza tra gli impegni assunti dal governo cinese e le sue azioni - ha detto Locke durante una conferenza organizzata da Bloomberg News, a New York -,questo tipo di comportamento deve semplicemente cambiare".

 

Le parole di Locke arrivano a sole due settimane di distanza dalla visita ufficiale del presidente cinese Hu Jintao negli Stati Uniti, e riflettono le crescenti pressioni che l'amministrazione Obama riceve da parte delle aziende americane, che lamentano condizioni di ingresso sempre più difficili sul mercato cinese. In discussione, ancora una volta, c'è la politica di "innovazione nazionale", un vasto programma lanciato da Pechino per elevare a nuovi standard la capacità tecnologica delle sue aziende, ma che a detta degli americani limita ulteriormente l'accesso alle immense opportunità fornite dalle grandi opere pubbliche del Dragone per tutte quelle società che non intendono trasferire tecnologia e know how alla Cina.

 

Da quando, nell'aprile dell'anno scorso, la Commissione Nazionale Sviluppo e Riforme ha pubblicato alcuni chiarimenti sulle politiche di "indigenous innovation" (questo articolo e questo articolo), Locke e i CEO di 12 importanti società americane - tra cui Steve Ballmer della Microsoft - hanno espresso numerose perplesssità: la circolare 618 sull'"innovazione nazionale", dopo aver individuato sei aree di produzione (hardware per le telecomunicazioni, hardware per computing e application, software, prodotti per lo sfruttamento delle energie rinnovabili, prodotti ad alto risparmio energetico e moderni equipaggiamenti da ufficio) ritenute di fondamentale importanza per innovare il modello di sviluppo del paese, stabilisce che - a parità di condizioni tra le aziende che intendono ottenere contratti pubblici d'appalto dalla pubblica amministrazione cinese - venga accordata una certa preferenza a quelle che detengono brevetti e proprietà intellettuale "sviluppati in Cina" e "completamente indipendenti da organizzazioni e società localizzate all'estero".

 

Ma quella che per Pechino è una mossa fondamentale per modificare il proprio modello di sviluppo e passare da un'economia basata sul manifatturiero a basso costo a un'industria ad alto contenuto tecnologico, per le aziende occidentali consiste in una politica discriminatoria che costringe chi vuole operare sul mercato degli appalti pubblici cinesi ad un trasferimento forzato di conoscenze, brevetti e tecnologie. "Una delle principali sfide nel 2011 consisterà nell'assicurarsi che la Cina mantenga le sue promesse di non favorire le aziende cinesi che utilizzano tecnologie sviluppate in loco a scapito di quelle americane e straniere" ha dichiarato Demetrios Marantis, vice rappresentante americano per le Politiche Commerciali.

 

Nel suo discorso di New York, inoltre, Locke ha ricordato l'impegno cinese a lottare contro i software pirata: "Si trattava di un problema che credevamo di aver risolto nel 2006, quando la Cina varò una legge che obbligava tutti  gli uffici pubblici e le aziende di stato a utilizzare software originali - ha detto Locke - ma alla norma non è mai stato dato alcun seguito". Il segretario al Commercio, infine, ha richiamato il discorso sullo stato dell'Unione nel quale Barack Obama, la scorsa settimana, ha dichiarato che gli Stati Uniti devono fare di più per tenersi al passo con la competitività cinese: " Se si guarda a quanto sta facendo la Cina, come si sta concentrando sulle industrie più importanti tanto attraverso politiche adeguate che dispiegando tutto il suo peso finanziario, si vedrà che Pechino sta davvero ottenendo dei risultati" ha concluso Locke.

 

di Antonio Talia

 

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