Un ritardo da recuperare

«Una volta colte, le opportunità si moltiplicano», scrisse Sun-Tzu. Ma non occorre scomodare il grande stratega cinese per capire quali e quante sono le potenzialità che un'alleanza con Pechino può offrire al sistema produttivo italiano.

Continua a pagina 8



In un frangente di timida crescita internazionale e di feroce guerra delle valute, stringere legami più stretti con il big player asiatico non è più un'opzione ma un'inderogabile necessità. Semmai ci si deve interrogare sui riflessi intorpiditi, che hanno portato in passato i rappresentanti del nostro paese - a differenza dei partner europei - a non dare la giusta attenzione a un immenso mercato di 1,3 miliardi di consumatori. Ben vengano quindi i dieci accordi economici e i sette istituzionali firmati da Wen Jiabao in Italia. Ben venga l'obiettivo fissato dal premier cinese di portare da 72 a 100 miliardi di dollari entro il 2015, o addirittura a 120 miliardi come vorrebbe Silvio Berlusconi, l'interscambio.
Per cogliere il nuovo vento globale, politici e imprenditori italiani devono però superare il vecchio stereotipo dei cinesi visti solo come minacciosi concorrenti delle nostre pmi, pronti a copiare illecitamente e riprodurre nei loro retrobottega tecnologie messe a punto con fatica in Italia. Né è più tempo di guardare al Guangdong e a Shanghai come posti dove delocalizzare, investire per il basso costo del lavoro e poi riesportare merci verso l'Europa. Come ha evidenziato la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, si deve sfruttare una «fase completamente diversa» e guardare alla Cina «per fare investimenti, per conquistare un mercato crescente, fondamentale per qualunque impresa».
Importante perciò che il sistema Italia abbia il coraggio di investire nel grande mercato cinese, comprendendone le dinamiche. Penetrare in una nuova realtà significa anche cogliere le esigenze più minute. Come altri stanno gia facendo. Proprio ieri, su queste pagine, Beda Romano ha raccontato che una grande imprese tedesca come Adidas ha spostato un intero centro di ricerca a Shanghai per adattare le proprie scarpe a quelle dei piedi asiatici, più piccoli e larghi. Così come in alcuni settori - vedi le energie rinnovabili - ci può essere già qualcosa da apprendere con umiltà dalle realtà produttive cinesi.
Al tempo stesso, legami più stretti con Pechino possono significare per l'Italia l'arrivo di un flusso di utili investimenti, nel settore industriale ma anche per il finanziamento del debito pubblico. Un ruolo attivo che Wen Jiabao, nella sua prima tappa in Grecia del viaggio europeo, si è già detto pronto a giocare per rilanciare il porto del Pireo e per sostenere le aste di Atene, indispensabili per ridare ossigeno a finanze pubbliche disastrate. Un ruolo attivo che Pechino già svolge da anni in Africa e altre parti del mondo, da aggressiva potenza globale in ascesa, rastrellando partecipazioni strategiche e materie prime.
Il dialogo rafforzato tra buoni partner non deve prescindere da realtà scomode. Giusto perciò che l'Italia presti orecchio anche alle voci dei dissidenti cinesi e tibetani. Ed auspicabile che non ci "si sfili" dai partner occidentali che fanno pressioni su Pechino per un apprezzamento dello yuan. Così come perfettamente legittima appare la richiesta di più controllo da parte di Pechino della protezione dei diritti intellettuali e del rispetto di standard minimi internazionali sul lavoro e l'ambiente. Sono da cogliere tutte le opportunità che si possono moltiplicare, ma senza ingenuità o timori reverenziali.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

08/10/2010