Un partner economico meno strategico della Cina

«Rama contro Roma», scrisse un giornale alla fine del 1997, quando Sonia Gandhi decise di entrare in politica e guidare il Congress. Nelle sempre buone ma complicate relazioni con quel grande Paese, nemmeno le origini italiane della donna più potente dell'India sono mai state un vantaggio per noi: al contrario. Chiunque tenti di porre una domanda in italiano a Sonia, si sente rispondere in inglese, posto che risponda. Rahul e Priyanka, i due figli, parlano molto bene la nostra lingua. Ma è una specie di segreto di famiglia.
Dopo Felice Bisleri che nel 1965 imbottigliò la prima acqua minerale indiana (il brand ancora detiene il 60% del mercato), l'italiano più famoso in India è sempre Ottavio Quattrocchi. Alla fine degli anni 80 l'ex responsabile di Snamprogetti fu al centro di un caso di corruzione nel quale fu coinvolto il premier Rajiv Gandhi. Post mortem il marito di Sonia fu scagionato. Ma per anni Sonia è stata accusata di essere il centro del potere di una "Italian connection". E più Sonia, Bharat maa ki beti, figlia della Madre India, come la chiamano i sostenitori, entrava in politica, più le origini italiane venivano usate dalle opposizioni. A volte anche dentro il Congress. È solo per questo che il primo ministro è Manmohan Singh e non lei.
Il destino di Sonia è in qualche modo la metafora delle relazioni italo-indiane. Per puro caso, per scelte politiche o economiche, 64 anni di amicizia non sono mai diventati amore. Come con la Cina, per esempio. Gli otto miliardi di euro d'interscambio con l'India sono circa la metà di quello con la Polonia: quanto a popolazione sono 1,1 miliardi di abitanti a 38 milioni. La Fiat è arrivata tardi in India, altri non hanno mai pensato di farlo e l'industria italiana non ha mai sfruttato le grandi opportunità che sono capitate.
Eppure Corporate India, l'imprenditoria privata, è molto simile a quella italiana: è a forte vocazione familiare. Nel 1995 fummo gli ospiti d'onore dell'Indian Engineering Trade Fair di Delhi, la porta d'ingresso al mercato locale. Fu un raro caso di presenza politica e industriale ad alto livello. Si presentarono 150 espositori, pochi restarono. Nel 2001 e qualche anno dopo ancora, fummo di nuovo invitati. Non se ne fece nulla.
Come le delegazioni imprenditoriali raramente erano guidate dai loro vertici, così quelle politiche. Gli indiani ancora si ricordano quando Silvio Berlusconi, presidente di turno della Ue, cancellò la sua visita a poche ore dall'inizio, con le bandiere già sui pennoni. Si sono comunque fatti buoni affari e buoni accordi politici. Ma per i governi, le imprese e le carriere degli ambasciatori, l'India non è un Paese strategico.
Un contenzioso politico piuttosto forte, capace di irritare gli orgogli nazionali, in realtà c'è. Nella infinita schermaglia sulla riforma del Consiglio di sicurezza Onu, senza una via d'uscita e debilitante per l'immagine dei molti Paesi che la conducono, Italia e India sono su fronti opposti. Nella ricerca di un posto al sole, cioè di un seggio permanente nel futuro politburo mondiale, e nella battaglia dei veti incrociati, noi siamo con Pakistan e Cina.
Martedì prossimo Giulio Terzi dovrebbe andare in visita a Delhi. Il viaggio è previsto da tempo, organizzato nei dettagli. L'obiettivo del ministro degli Esteri era eminentemente economico: rimettere in moto quei contatti perché con le sue dimensioni e le grandi opportunità, l'India diventi finalmente qualcosa di simile alla Cina: un Paese strategico per l'Italia. Sulla vicenda dei due marò del San Marco il Governo cerca in ogni modo di non alzare i toni del confronto. Ma a questo punto non è certo che la missione si faccia. Se i due fucilieri non verranno liberati prima, grazie alla mediazione di Staffan de Mistura, o non sarà Terzi a riportarli a casa, è difficile che un ministro possa mettere piede in India. Un karma negativo continua a mestare sulle fortune dei rapporti dei due Paesi.
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22/02/2012