Un G-20 tra tensioni e accuse

Doveva essere il vertice per mettere il sigillo alle nuove regole della finanza, a partire da Basilea 3, dopo la crisi degli ultimi tre anni, e per confermare il G-20, il gruppo dei maggiori paesi industriali e delle nuove economie emergenti, come l'organismo-guida dell'economia mondiale nell'uscita dalla recessione.
In testa all'agenda dei capi di stato e di governo, giovedì e venerdì a Seul, ci saranno invece le tensioni generate dalla "guerra delle valute" e le reciproche accuse fra gli Stati Uniti e un gruppo di altri paesi, Cina e Germania in testa, sulle colpe dell'instabilità che rischia di far deragliare la ripresa che, per ammissione di tutti, è ancora molto fragile. E il G-20, che aveva funzionato bene al culmine della crisi, oggi appare vittima del riaffacciarsi d'interessi nazionali divergenti e sempre meno adatto, nella sua composizione pletorica, ad assumere le decisioni necessarie.
A battezzare la "guerra delle valute" – dove il dollaro si svaluta, lo yuan cinese non si rivaluta come gli altri vorrebbero, l'euro si rafforza oltre la volontà dei paesi membri e quelli emergenti cercano di frontegggiare un'ondata senza precedenti di capitali in entrata – è stato il ministro brasiliano Guido Mantega. E proprio il presidente del Brasile, Lula da Silva, ha già dichiarato che andrà nella capitale coreana per combatterla, questa guerra.
Basta questa battuta a dare un'idea del clima del summit, su cui si addensano anche le incertezze create dalla sconfitta elettorale di Barack Obama, con il cambio di maggioranza alla Camera del Congresso e le proteste sollevate dal nuovo programma d'iniezione di liquidità, 600 miliardi di dollari da qui a metà 2011, da parte della Federal Reserve. Una mossa che – accusano soprattutto Pechino e Berlino – porterà a una forte svalutazione del dollaro e a un tentativo americano di rovesciare sugli altri il compito di trainare la ripresa. «Il consumatore americano – ha ribattuto il settosegretario al Tesoro Usa, Lael Brainard – è stato per troppo tempo il motore della crescita per l'intera economia globale».
Appena due settimane fa, alla riunione dei ministri finanziari e dei governatori del G-20 che doveva preparare il vertice, si era raggiunto un accordo sulla necessità di evitare "svalutazioni competitive", di non usare cioè il cambio per avvantaggiare le rispettive esportazioni sui mercati internazionali. L'intesa appare già alle corde.
Il tentativo di Washington di allargare la discussione da una diatriba bilaterale con Pechino sul cambio a un esame degli squilibri globali, con l'imposizione di un tetto del 4% ai surplus o ai deficit delle partite correnti, è stato ora rivisto nella più vaga indicazione di linee guida sulla sostenibilità dei conti con l'estero. Tutto ciò sotto il monitoraggio – non vincolante e senza la possibilità d'imporre sanzioni – da parte del Fondo monetario. La proposta americana è destinata a scarsi risultati, sostiene Julian Jesspo, di Capital Economics, dal momento che i due paesi con i maggiori surplus di parte corrente, Cina e Germania, non intendono impegnarsi in modo credibile.
Alla base di ogni ribilanciamento degli squilibri globali resta però la necessità, secondo un'analisi che Goldman Sachs ha dedicato al vertice di Seul, di una rivalutazione del cambio nei paesi emergenti, a partire dalla Cina e dagli altri paesi asiatici, e di una svalutazione del dollaro. Gli emergenti hanno finora resistito all'apprezzamento delle proprie valute attraverso massicci interventi sui mercati e in qualche caso (come Brasile, Thailandia e Sud Corea) con l'imposizione di controlli sui capitali in entrata.
Il rischio che si profila all'orizzonte è quello di un ritorno del protezionismo, una guerra commerciale che può essere combattuta attraverso i tassi di cambio o le limitazioni agli scambi. Il precedente inquietante è quello degli anni 30 del secolo scorso, quando fu proprio la chiusura dei mercati internazionali a far precipitare il mondo nella Grande Depressione. Il rapporto trimestrale redatto da Ocse, Wto e Unctad e diffuso la settimana scorsa in vista di Seul osserva che finora i governi del G-20 hanno per lo più resistito a tentazioni protezionistiche, ma che il rischio rimane a causa della persistenza di alti livelli di disoccupazione e delle tensioni sulle valute.
Sulle nuove regole della finanza il summit certificherà i progressi compiuti con Basilea 3, l'aumento dei requisiti di capitale e di liquidità per le banche, ma introdotti in modo molto graduale, in modo da non soffocare la ripresa dell'economia. Restano però ancora tutte da scrivere, e non avverà certo a Seul, le regole per le banche più grandi, quelle che hanno "un'importanza sistemica", sul rafforzamento e la supervisione delle quali ancora non c'è accordo.
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I temi in agenda e le posizioni in campo
1 REGOLE DELLA FINANZA

Tutti d'accordo sull'approvazione definitiva di Basilea 3 e sulla riduzione della dipendenza dalle agenzie di rating. La Ue ha varato nuove regole per gli hedge fund. La Francia chiede tasse su banche e transazioni finanziarie (Usa e Gran Bretagna contrari su quest'ultimo punto)



2 MERCATI VALUTARI

Usa favorevoli al dollaro forte ma ne provocano la svalutazione. Cina e Giappone non vogliono rivalutare troppo yuan e yen. La Ue lamenta il calo del dollaro. Da Brasile e Corea controlli sui capitali



3 SQUILIBRI GLOBALI

Gli Usa hanno proposto un tetto del 4% a surplus e deficit delle partite correnti. La Corea è d'accordo. La Cina, dopo i primi segnali positivi, è contraria, come Germania, Giappone, Brasile e India



4 POLITICA MONETARIA

Tutti contro gli Usa. La Ue si prepara a eliminare progressivamente le iniezioni di liquidità. La Gran Bretagna ha sospeso la creazione di moneta. Cina e India hanno iniziato ad alzare i tassi. Brasile fermo



5 POLITICA DI BILANCIO

Gli Usa continuano a stimolare l'economia. In Gran Bretagna previsti pesantissimi tagli. In Germania aggiustamento graduale dal 2011. India e Brasile in attesa. Nella Ue regole più stringenti sul debito

08/11/2010