Tutti vogliono un po' di Cina

Dopo il sorpasso sul Giappone come seconda economia mondiale - riconosciuto questa settimana (per il secondo trimestre 2010) dalla stessa Tokyo – la Cina continua a dare dimostrazioni del suo sempre più importante ruolo globale e della volontà di proiettare oltre i confini la crescente fiducia acquisita nelle proprie forze. Ieri Pechino ha annunciato una iniziativa strategica per alzare il profilo internazionale dello yuan (renminbi), che consentirà alle istituzioni finanziarie straniere di incrementare in modo sostanziale l'investimento nel mercato interbancario domestico delle obbligazioni. Al tempo stesso, nuovi dati statistici hanno evidenziato che le operazioni di fusione e acquisizione cinesi all'estero sono aumentate di circa il 50% nel primo semestre di quest'anno toccando livelli record, mentre nemmeno la recente ondata di scioperi presso fabbriche a capitale straniero sta frenando la ripresa degli investimenti esteri diretti (Fdi) nel paese.
La strategia dei piccoli passi graduali che Pechino segue nei confronti del cambio dello yuan viene replicata nell'assecondare l'allargamento del ruolo internazionale della divisa: la People's Bank of China ha lanciato un progetto pilota che permetterà agli yuan accumulati all'estero in conseguenza di «trade settlement» o di swap tra banche centrali di essere incanalati verso il vasto mercato obbligazionario interbancario (finora per lo più a porte sbarrate) della madrepatria (che ha un valore stimato equivalente a circa 2.870 miliardi di dollari). Ciò al fine dichiarato di «incoraggiare i trade settlement internazionali» nella valuta cinese e di «ampliare i canali di investimento del renminbi» perché rifluiscano nel paese. I soggetti invitati a partecipare sono le sette banche centrali estere che hanno firmato accordi di swap, gli istituti finanziari di Hong Kong e Macao coinvolti in operazioni di clearing monetari e infine le banche straniere che già effettuano settlement commerciali cross-border (la possibilità è stata estesa solo nel giugno scorso a tutti i paesi del mondo).
Sarà la prima volta che istituzioni straniere non presenti in Cina potranno avere un ruolo nel trading di obbligazioni governative e aziendali sul principale mercato obbligazionario cinese. Si tratta di una apertura parziale, che secondo vari analisti potrà andare comunque soggetta a uno sorta di «sistema di quote» assegnate dalle autorità monetarie. L'entità delle nuove transazioni, inoltre, rappresenterà una frazione poco significativa del mercato. Appare chiaro l'obiettivo di incoraggiare l'utilizzo del renminbi nelle transazioni commerciali internazionali, nel quadro del programma a lungo termine di ridurre l'esposizione del sistema verso il dollaro americano, la divisa che attualmente fa da padrona nel commercio estero cinese. «Un passo giusto per cercare di ampliare l'utilizzo dello yuan e quindi per creare maggior domanda per lo yuan», ha commentato Kelvin Lau, economista alla Standard Chartered, riferendosi a una misura che dà un incentivo alle banche straniere a ricevere depositi nella valuta cinese. Gli esperti evidenziano anche che, poiché l'investimento dall'estero del mercato obbligazionario sarà limitato alla domanda reale derivante dai settlement commerciali, gli spazi per la speculazione saranno limitatissimi. Di conseguenza, non sarà minata la politica di controllo dei capitali che Pechino ritiene ancora essenziale per le sue strategie macroeconomiche.
La forza finanziaria cinese si sta intanto esprimendo anche nelle operazioni di acquisizione cross-border: nel primo semestre, secondo uno studio della Pricewaterhousecoopers, gli investimenti all'estero effettuati dalle società cinesi in attività di M&A hanno raggiunto il record storico, con una crescita su base annuale del 48% in valore all'equivalente di oltre 23 miliardi di dollari (e del 52% in numero di transazioni). In primo piano, ancora una volta, il settore dell'energia, seguito dagli investimenti strategici in aziende di paesi avanzati in grado di fornire apporti tecnologici o agevoli sbocchi di mercato. Quando agli Fdi, la Cina a luglio ha attirato il 29% in più di investimenti stranieri rispetto a un anno fa, per un totale nei primi sette mesi del 2010 di 58,35 miliardi di dollari (+20,7%). Di questa cifra, circa 3,89 miliardi sono affluiti nella regione occidentale del paese, che sta aumentando la sua competitività "interna" rispetto alle aree costiere dove i costi industriali (a partire da quello del lavoro) sono cresciuti.
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LO SCENARIO

In aumento. Le acquisizioni di Pechino all'estero hanno fatto un salto, nel primo semestre 2010, del 50% toccando i 20 miliardi di dollari. Si tratta di un record di investimenti del gigante asiatico che è anche una meta molto ricercata per gli investitori stranieri. Infatti gli investimenti esteri non finanziari nel paese asiatico sono già balzati a 58,3 miliardi di dollari nei primi sette mesi dell'anno (con un incremento del 20,7% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso) e si avviano a superare i 92,4 miliardi del 2008.

18/08/2010