Tutte le strade portano in Cina

Ora che i "germogli verdi" della ripresa sono appassiti, ritorna in scena, più acceso di prima, il dibattito sugli stimoli di bilancio. In America, chi è a favore di un altro pacchetto di misure di stimolo fa notare che era velleitario fin dall'inizio pensare che 787 miliardi di dollari potessero compensare un crollo di 3mila miliardi di dollari nella spesa privata. Ma la disoccupazione è cresciuta ancora più in fretta e più a largo raggio di quanto ci si aspettasse. Si aggiunga a tutto questo il calo prolungato dei prezzi delle case e non si fa fatica a capire perché la spesa per i consumi continui ad arrancare.
Le banche, essendo state ricapitalizzate solo lo stretto necessario per tenerle a galla, hanno ancora uno stato patrimoniale debole, e la loro conseguente riluttanza a prestare penalizza gli investimenti. Nel frattempo, i governi degli stati, vedendo diminuire le entrate a causa del calo dei redditi imponibili avvenuto lo scorso anno, tagliano a destra e a manca. Se già a febbraio poteva essere giustificato sostenere che servivano altri stimoli, adesso lo è ancora di più.
Ma anche chi si oppone a questa ipotesi ha argomenti forti dalla sua. Il disavanzo di bilancio federale negli Stati Uniti è arrivato a un allarmante 12% del Pil, e secondo le previsioni il debito pubblico raddoppierà fino a raggiungere l'80% del Pil. L'idea che gli Stati Uniti possano liberarsi del fardello di questo debito attraverso la crescita, come fecero la Finlandia e la Svezia dopo le loro crisi finanziarie degli anni 90, appare irrealistica.
Alla luce di tutto questo, accrescere ancora il disavanzo di bilancio servirà solo ad attizzare i timori di un aumento delle tasse e dell'inflazione in futuro, a incoraggiare il riemergere degli squilibri globali e a non rassicurare i consumatori o gli investitori.
È possibile trovare argomentazioni economiche a favore dell'una e dell'altra tesi, ma sul versante politico tutto conduce in un'unica direzione. Il Congresso Usa non può digerire un altro pacchetto di stimoli. Ha già dovuto fronteggiare forti critiche per non essere riuscito a rimettere in ordine i bilanci pubblici. La lentezza con cui è stato approvato il primo pacchetto d'interventi, e il fatto che ci vorrà ancora più tempo per poterne avvertire pienamente gli effetti, offre altri argomenti alle schiere dei sapientoni dalla critica facile.
La delusione per gli effetti del Tarp (il piano di salvataggio delle banche) ha già compromesso il sostegno popolare - e congressuale - all'utilizzo di altri fondi pubblici per ricapitalizzare le banche. E dunque anche chi trova convincente la logica economica di ulteriori interventi da parte dello stato deve ammettere che la logica politica non lascia scampo. Un secondo pacchetto di misure di stimolo è semplicemente molto improbabile.
Un aumento della domanda globale potrà venire solo da un'area geografica, e quest'area geografica non sarà né l'Europa né il Giappone, che hanno un debito ancora più alto di quello degli Stati Uniti (e precondizioni demografiche meno favorevoli per poterlo sostenere). Sarà l'area dei mercati emergenti, come la Cina.
Il problema è che la Cina ha già fatto moltissimo per stimolare la domanda interna, sia mediante la spesa pubblica sia dando indicazioni alle proprie banche di prestare denaro. Il risultato è che il mercato azionario è spumeggiante e si sta assistendo a un allarmante boom immobiliare. Da maggio 2008 a maggio 2009 i prezzi delle case sono saliti del 18 per cento. I funzionari cinesi sono comprensibilmente preoccupati per l'eventualità di una bolla.
Il modo più evidente per ottenere la quadratura del cerchio è spendere di più per le importazioni. La Cina può acquistare più macchinari industriali, attrezzature di trasporto e materiali per l'industria siderurgica, che sono fra le principali voci d'importazione dagli Usa. Spendere direttamente per importare beni strumentali consentirebbe di evitare il surriscaldamento dei mercati cinesi, di rafforzare la capacità produttiva dell'economia (e pertanto la sua capacità di crescita futura) e di sostenere la domanda di prodotti americani, europei e giapponesi proprio quando di un simile sostegno c'è maggiore necessità.
Questa strategia non è esente da rischi. Lasciare che il renminbi si rivaluti per incoraggiare le importazioni potrebbe produrre anche l'effetto di scoraggiare le esportazioni, tradizionale motore della crescita cinese. E ridurre le barriere amministrative alle importazioni potrebbe reindirizzare la spesa dei consumatori verso i prodotti esteri, più di quanto non desideri il governo. Ma questi sono rischi che vale la pena correre, se la Cina intende veramente assumere un ruolo di leadership globale.
L'interrogativo è: che cosa otterrà in cambio la Cina? E la risposta ci riporta al punto esatto da cui siamo partiti, vale a dire la politica di bilancio statunitense. Pechino teme che i suoi oltre mille miliardi di dollari d'investimenti in titoli del Tesoro Usa possano perdere di valore. Vuole rassicurazioni sulla capacità degli Stati Uniti di onorare il proprio debito, e pertanto vuole vedere un programma credibile per riportare in equilibrio i conti americani una volta finita la recessione.
E - belle parole a parte - l'amministrazione Obama non ha ancora fornito una tabella di marcia credibile per un risanamento delle finanze pubbliche. Se lo facesse, rassicurerebbe i contribuenti americani, inquieti per i disavanzi correnti. E rassicurerebbe anche, cosa altrettanto importante, i leader cinesi.
Viviamo in un mondo multipolare, dove né gli Stati Uniti né la Cina sono grossi abbastanza per esercitare da soli la leadership economica globale. Per la Cina, assumere il comando significa accollarsi rischi aggiuntivi. Ma perché ciò risulti tollerabile, gli Stati Uniti devono alleviare Pechino del peso dei rischi esistenti. Solo lavorando insieme i due Paesi potranno condurre l'economia mondiale fuori dalle secche in cui è impantanata.
Barry Eichengreen è professore di economia a Berkeley.
Copyright: Project Syndicate, 2009.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

06/08/2009