Tra sconti e baratto il regime prova ad aggirare l'embargo

Per aggirare l'embargo petrolifero e le sanzioni contro le banche, il regime iraniano sta ricorrendo a ogni stratagemma. Ha cercato, in parte riuscendoci, di convertire le transazioni facendosi pagare il greggio in rupie e yen, anziché in dollari. Starebbe praticando sconti tali - corre voce anche di 20 dollari al barile - da renderli irresistibili per Paesi come la Cina. Per eludere le sanzioni è perfino tornato all'antica pratica del baratto: petrolio in cambio di grano o oro, acciaio in cambio di altri beni. Gli iraniani sono infine ricorsi alle loro superpetroliere, assicurate con compagnie statali, per scaricare al largo il greggio su altre navi asiatiche, mischiando le qualità per confondere gli eventuali accertamenti.
D'altronde la Repubblica islamica è abituata a convivere con le sanzioni da quasi 20 anni. Aggirarle è una pratica consolidata, anche se oggi è sempre più difficile. Quasi nessun Paese mette in dubbio la legittimità dell'embargo petrolifero europeo, annunciato a fine gennaio ma in vigore dal 1° luglio per consentire ai Paesi più esposti verso Teheran di trovare approvvigionamenti alternativi. Non sono in pochi, tuttavia, a essere perplessi sulla sua efficacia.
Perché funzioni, l'embargo dovrebbe coinvolgere gli altri Paesi che acquistano grandi quantità di greggio dall'Iran: Cina, Giappone e India, in ordine i primi tre clienti. Ma l'opposizione di Russia e Cina, potenze con diritto di veto in seno al Consiglio di sicurezza dell'Onu, rappresenta un ostacolo quasi insormontabile. Se l'embargo fosse approvato dall'Onu, ogni membro sarebbe obbligato a osservarlo. Le sanzioni europee, e soprattutto quelle americane, stanno paralizzando le transazioni della Banca centrale iraniana. Molte compagnie occidentali si rifiuterebbero ora di assicurare le spedizioni di greggio iraniano. Teheran dovrà cercare altri acquirenti per piazzare i 500mila barili al giorno che vendeva in Europa, il 20% del suo export. Cosa non facile. Anche perché Giappone e Corea del Sud, due Paesi vicini agli Usa, hanno ridotto parecchio i loro acquisti da Teheran. Cina e India, i primi due clienti, le hanno sì diminuite, ma non così tanto. E potrebbero anche riprenderle qualora vi fossero "incentivi" e canali meno complessi.
L'impatto delle sanzioni si farà sentire. Soprattutto sul budget governativo, che accuserebbe un deficit. Ma Teheran potrebbe essere in grado di conviverci. Come altri produttori del Golfo, soffre di una pericolosa sindrome: la petrodipendenza, ma in misura inferiore. Se, come ha scritto il Fondo monetario internazionale, nella stagione 2011-2012 l'Iran incasserà 103 miliardi di dollari in export energetico, un record, si tratterà del 78% del suo export complessivo. Ma la quota dell'energia sul Pil è "solo" del 21 per cento. In altri Paesi del Golfo supera il 50.
L'analisi di Gary Hufbauer, ex funzionario del Tesoro Usa e ora analista del Peterson Institute for International Economics è interessante: se l'Iran praticasse degli sconti del 10-15% sulle sue spedizioni, il suo settore energetico perderebbe circa 24 miliardi di dollari. Un brutto colpo, ma non mortale per la sua economia da 480 miliardi di dollari. Per ora le sanzioni non colpiscono le esportazioni di diversi prodotti non energetici. Ma anche se si arrivasse a questo punto, secondo Hufbauer, il danno complessivo sarebbe di 31 miliardi di dollari , una somma pari al 6,5% del Pil. Abbastanza per spingere l'economia iraniana, che quest'anno dovrebbe registrare una crescita del 2,5%, in una recessione. Forse non abbastanza per fermare gli ayatollah nel cammino verso il nucleare.
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07/03/2012