Tra Fed e Cina calerà presto la domanda di Treasury

Il mercato ha già dimenticato. Ha fiducia negli Stati Uniti, nelle sue innegabili capacità di crescita. Sa che la Fed non lo abbandonerà: è alla guida di un'economia in cui è più forte che altrove l'effetto ricchezza, la dipendenza dei consumi dal patrimonio finanziario (e immobiliare) degli americani.
Non ha tutti i torti. L'outlook negativo di S&P's ha destato sorpresa perché inaspettato, ma allarmi più gravi sono giunti, molte volte, da organismi ben più attrezzati e autorevoli come l'Fmi; e sono stati puntualmente ignorati. La domanda di titoli di Stato Usa, del resto, sembra solida. I rendimenti dei bond con durata residua di dieci anni, in genere un po' superiori di quelli dei titoli di riferimento della stessa durata (più richiesti), sono oggi soltanto 0,11 punti percentuali più alti, da un massimo di 0,66 punti a gennaio 2009. Le quotazioni si sono evidentemente avvicinate.
Gli investitori non hanno dunque paura di quello che accadrà a giugno, quando la Fed interromperà gli acquisti di Treasury. La manovra, il quantitative easing 2 (Qe2), ha distorto il mercato: la Banca centrale ha in cassa 1.375 miliardi di dollari di titoli di Stato, 600 in più rispetto a un anno fa. È una fetta importante del debito pubblico appena superiore ai 14mila miliardi. A fine 2007, in condizioni normali, i bond veleggiavano intorno ai 750 miliardi.
A fine giugno potrebbe non succedere molto, quindi. Anche perché Ben Bernanke starebbe pensando di sostenere comunque, almeno in parte, la domanda di titoli di Stato: può reinvestire in Treasury altri titoli in scadenza per 17 miliardi, mantenendo invariato il totale degli asset Fed. Potrebbe così controllare i rendimenti che con il Qe2 sono calati, per i decennali, dal 2,76% al 2,49 per cento.
I veri problemi - S&P's ha ragione - sono allora più lontani nel tempo. Prima o poi la Fed dovrà ridimensionare il bilancio. Economie più piccole, come la Svezia, sono riuscite a farlo rapidamente e senza traumi; ma la situazione dei conti pubblici era piuttosto leggera. Nel frattempo è destinata a crescere anche l'incognita della Cina, Paese che detiene più di 1.100 miliardi di Treasury (erano 330 a giugno 2006). Il governatore della Banca del Popolo, Zhou Xiaochuan, ha detto ieri che le riserve valutarie - in gran parte investite in titoli di Stato e bond di agenzie Usa e anch'esse distorsive - hanno raggiunto, a 3mila miliardi, un livello non più ragionevole. Per acquistarle - e frenare il rialzo dello yuan - la Banca centrale deve tra l'altro "creare" moneta, poi riassorbita in un processo costoso e imperfetto. Non è certo un caso che l'inflazione, al 5,4%, stia danneggiando l'economia del Paese.
Si può allora concludere che quelle riserve caleranno. Pensare, come ha suggerito il consulente della Banca del popolo, Xia Bin, che scendano a mille miliardi è forse eccessivo, a meno che non ci si ponga in una prospettiva di lunghissimo periodo (la stessa, però, delle proiezioni fiscali). Trasferirne invece una parte alla Cic, il fondo sovrano di Pechino, è un'opzione praticabile, perché permetterebbe di ridurre allo stesso tempo la base monetaria e quindi la liquidità in circolazione: è un sistema che Singapore ha adottato da tempo. La Cic segue però, rispetto alla Banca centrale, strategie di investimento più orientate al rischio e al profitto e meno alla stabilità.
In prospettiva, tra Fed e Cina, la domanda di bond Usa da parte di entità pubbliche - dalla logica così diversa da quella degli investitori privati - dovrà in ogni caso diradarsi, e bisognerà tenerne conto. Barack Obama ha dalla sua parte, grazie anche alle loro distorsioni, un fattore importante: la spesa per interessi, spiega Steven Wieting di Citigroup, è pari all'8,7% di entrate fiscali ancora depresse, contro il 10% del 2000 e il 15,4% del 1990. Questo dà a Washington e ai mercati un po' di fiato in più. Non andrebbe sprecato.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

20/04/2011