Tra Cina e India cauta alleanza

NEW DELHI
«Non c'è un tema che non sia sul tavolo». Parola di Hu Zhengyue, uno dei funzionari del ministero degli Esteri di Pechino che ha preparato la visita indiana, la prima in cinque anni, del primo ministro cinese Wen Jiabao. Se quello che dice Hu risponde al vero c'è da scommettere che il tavolo al quale oggi Wen si siederà con il premier indiano Manmohan Singh sarà piuttosto lungo. Perché non c'è questione di un certo rilievo per il futuro del secolo asiatico che non riguardi da vicino India e Cina e quel terzo abbondante di umanità che rappresentano.
I due leader parleranno di commercio e di finanza. Di regioni contese sui gelidi picchi dell'Himalaya e di sfere d'influenza nelle tiepide acque dell'Oceano Indiano. Di materie che più terrene non si può, minerali e idrocarburi, e di leader spirituali come il Dalai Lama. E alla fine della due giorni gli accordi non mancheranno, non per niente al seguito di Wen ci sono 400 uomini d'affari. Ne verrà firmato uno da più di 8 miliardi di dollari nel settore energetico tra lo Shanghai Electric Group e Reliance Power. E forse una banca cinese, il colosso di stato Industrial and Commercial Bank of China, inizierà a sperare di entrare sul mercato indiano.
Ma le questioni più delicate per il futuro dei due giganti asiatici, con ogni probabilità, non troveranno posto nei comunicati ufficiali. Questo perché, nonostante il destino comune, ancora molto divide le due grandi economie più dinamiche del pianeta. Pechino tornerà a spingere per un Free trade agreement. Ma New Delhi, preoccupata com'è dalla concorrenza dell'industria cinese, si terrà alla larga da impegni vincolanti.
Già oggi la Cina è il primo partner commerciale indiano e il prossimo anno l'interscambio supererà i 60 miliardi di dollari. Trenta volte di più di quanto non fosse dieci anni fa. Ma la bilancia pende sempre di più in favore di Pechino, mentre per il momento New Delhi sembra essere impegnata a stabilire altri primati. Come quello di aver dato il via al maggior numero di indagini anti-dumping in sede Wto contro un singolo paese: la Cina.
Nonostante lo strapotere di Pechino e l'ostilità indiana, il boom di scambi tra i due paesi è meno allarmante di quanto non dicano surplus e deficit. Perché qualunque relazione avvicini i destini di due paesi comprensibilmente diffidenti l'uno dell'altro come India e Cina è benvenuta.
Da alcuni anni a questa parte la folta comunità di analisti strategici di New Delhi ha una nuova ossessione. Non più il Pakistan, retrocesso da antagonista a failed state, ma la Cina. Colpa delle ferite inferte dalla sconfitta nella guerra del 1962. Delle questioni irrisolte lasciate dal quel conflitto, come i 3.500 chilometri di confine non demarcato. E dei 5.180 chilometri quadrati di Kashmir ceduti dal Pakistan a Pechino nel 1963. Un substrato di frustrazioni su cui negli ultimi anni si è innestata la paura per il crescente peso economico, politico e militare della Cina.
Ecco quindi che qualsiasi mossa di Pechino in Asia del Sud oggi viene interpretata come parte di una strategia di accerchiamento dell'India. Si tratti dei finanziamenti per il porto di Gwadar in Pakistan, per quello di Hambantota in Sri Lanka o del sostegno ai generali in Myanmar non c'è iniziativa cinese che non susciti preoccupazione a New Delhi. Che negli ultimi mesi ha risposto riposizionando intere divisioni di soldati e un paio di squadriglie di Sukhoi Su-30MK, dei caccia in grado di trasportare testate nucleari, in prossimità dei confini contesi.
Elementi sufficienti per non aspettarsi riavvicinamenti clamorosi dal vertice che si apre oggi. Ma anche per osservare con tutta l'attenzione che merita una delle partite più affascinanti e decisive tra quelle in corso sullo scacchiere asiatico.
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15/12/2010