Torna la tensione nello Xinjiang

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Tornano i disordini nello Xinjiang, la provincia dell'estremo ovest cinese che ai primi di luglio fu teatro di sanguinosi scontri etnici in cui morirono quasi 200 persone.
Ma questa volta, a differenza di due mesi fa, l'odio interetnico tra gli uiguri (gli antichi abitanti dello Xinjiang di origine turcomanna e religione islamica, ridotti oggi a minoranza dall'emigrazione forzata cinese degli ultimi cinquant'anni) e gli "invasori" han non si materializza nella violenza selvaggia di bastoni, coltelli e mazze ferrate. Bensì in una rapida e discreta puntura di siringa.
Dopo aver tenuto per giorni la cosa sotto silenzio, ieri sera, di fronte alla montante protesta popolare, le autorità di Urumqi sono state costrette a raccontare la verità. Dal 20 agosto a oggi - ha annunciato la televisione cinese - nella capitale dello Xinjiang ben 476 persone sono state aggredite per strada a colpi di siringa. La contabilità esatta dei "bucati" per mano di misteriosi aggressori è stata tenuta dagli ospedali cittadini che hanno prestato soccorso ai malcapitati, assicurando che le siringhe non erano infette con il virus Hiv come sostenuto in un primo tempo dalle voci popolari.
Secondo quanto riferito dalla stampa cinese, le aggressioni non avrebbero un chiaro connotato etnico-religioso: le vittime delle punture, ha precisato la televisione di stato, apparterrebbero «a diverse comunità» etniche. Ma la versione ufficiale fornita dal governo potrebbe essere volutamente edulcorata per evitare che le bizzarre aggressioni degli ultimi giorni assumano una connotazione politico-religiosa e riaccendano così la rivalità tra uiguri e cinesi.
Secondo quanto riferito alle agenzie di stampa internazionali dalla popolazione locale, la maggioranza dei bersagli scelti dagli assalitori armati di siringa sarebbero i cinesi. Che ieri a Urumqi hanno inscenato manifestazioni per contestare il governo locale colpevole di non garantire la loro sicurezza. Hanno chiesto le dimissioni del leader del Partito comunista a Urumqi.
A meno di un mese dal 60° anniversario della nascita della Repubblica popolare cinese, le aggressioni a colpi di siringa nel lontano Xinjiang rischiano di trasformarsi in fastidiose punture di spillo per il governo di Pechino, ossessionato dall'idea che un banale incidente possa rovinare la festa. Per questo, esercito, polizia e forze paramilitari, che da luglio presidiano le zone nevralgiche dello Xinjiang, nei prossimi giorni stringeranno ancor di più la morsa nella turbolenta provincia.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

04/09/2009