Torna l'allarme inflazione globale

Il vento dell'inflazione continua a soffiare. Potente in Asia, insidioso in Occidente, e impone molta attenzione. Ovunque.
I numeri "complessivi" emersi ieri, per quanto richiedano un'attenta interpretazione, sono eloquenti. In Cina i prezzi sono saliti a marzo del 5,4%, dal 4,9% di febbraio. In India sono ancora più veloci: hanno sfiorato il +9%, (dal +8,3%). Più lento l'andamento nelle economie ricche, dove però l'accelerazione è notevole. Negli Usa, l'inflazione è balzata al 2,7%, dal 2,1% di febbraio e l'1,6% di gennaio. In Eurolandia è salita intanto al 2,7% (dal 2,4%), dato corretto dal 2,6% pubblicato due settimane fa, quasi esclusivamente a causa dell'Italia: nel nostro Paese l'inflazione "armonizzata" - in base ai criteri europei - è balzata al 2,8% (contro il 2,6% già annunciato) dal 2,1% di febbraio, per la fine dei saldi.
La prognosi è molto facile per i Paesi in via di sviluppo. In Cina, in India, in tutto il pianeta asiatico, la dinamica dei prezzi è legata sia a fattori non gestibili con la politica monetaria - il rialzo del petrolio e degli alimentari - sia a un surriscaldamento delle economie. Occorrono meno stimoli e, a Pechino, un apprezzamento del cambio più deciso di quello finora tollerato.
Molto più complessa la situazione in Occidente. La Bce e la Fed hanno infatti "divorziato", muovendo la politica monetaria in direzioni diverse. A Francoforte è già iniziata la stretta sui tassi; a Washington la discussione è animatissima, ma nulla sembra per ora dover cambiare davvero. Dietro questa divergenza ci sono però andamenti dei prezzi molto simili: una buona parte dell'inflazione, nelle due aree, è legata a greggio e alimentari e non va affrontata direttamente. Eliminando petrolio e cibo, l'indice dei prezzi core, di fondo, è infatti all'1,2% negli Usa (dall'1,1%), all'1,3% in Eurolandia (dall'1%), e all'1,7% (ma calcolato con una metodologia diversa) in Italia.
Poca cosa, insomma; ma le pressioni "sotto traccia" sono molto forti. Il primo round degli effetti indiretti del caro-energia è già molto evidente. I prezzi dei trasporti sono aumentati del 9,8% negli Stati Uniti, del 5,6% annuo (e dell'1,3% mensile) in Eurolandia e del 5,5% in Italia; mentre i prezzi alla produzione sono saliti del 5,9% (+1,9% il dato core) negli Usa, del 4,5% (a febbraio) nella Uem e del 5,7% (sempre a febbraio) in Italia.
Il quadro, in ogni caso, non è molto diverso tra Eurolandia e Stati Uniti. Forse è persino peggiore Oltreoceano dove, escludendo i costi delle abitazioni ancora in calo, l'inflazione ha raggiunto il 3,5 per cento. Non a caso i "falchi" della Fed hanno riacceso proprio ieri il dibattito sul da farsi e il presidente della Fed di Philadelphia, Charles Plosser, ha persino detto che un rialzo dei tassi prima della fine dell'anno non è da escludere.
A separare le due economie sono le valutazioni sulle aspettative dell'inflazione futura, che fino a una certa soglia possono essere benvenute (abbassano i tassi reali attesi), fino a quando non scatenano il secondo round degli effetti indiretti: quelli sui listini delle aziende, per la spinta dei maggiori costi di produzione, e quelli sui salari, che possono innescare una gara tra imprese e lavoratori con un effetto-valanga più volte sperimentato in passato. In Eurolandia questo secondo round può essere molto rapido e intenso. In alcuni Paesi - Belgio, Cipro, Lussemburgo, Malta, ma in parte anche Spagna e Francia - esistono adeguamenti automatici dei salari, e in quasi tutti c'è un sistema di contrattazione centralizzata. Sono istituti "continentali" che puntano a restituire il potere d'acquisto ai lavoratori più deboli ma che possono avere effetti collaterali molto dannosi per tutti.
Negli Usa i mercati del lavoro sono invece più flessibili. È anche per questo motivo che la Fed può essere molto tollerante verso i prezzi. Come la Bank of England, che infatti ha un obiettivo di inflazione rigido del 2% e una crescita effettiva del costo della vita doppia, al 4 per cento. La Bce è invece intervenuta con molto anticipo: oltre alle pressioni sulle aspettative, ha intercettato anche la possibilità di futuri aumenti delle imposte sui consumi da parte dei Governi "in austerità" e i rischi finanziari generati dal livello enorme della massa monetaria, un fenomeno dimenticato da altre banche centrali. Forse ingiustamente perché, direttamente o attraverso lo stimolo alla crescita, il rialzo del petrolio e delle altre materie prime è sostenuto anche da una politica monetaria globalmente molto, molto espansiva.
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IL RIALZO DEL PETROLIO

I PUNTI CALDI


Effetto duplice
In Cina e in India, come in Europa e negli Stati Uniti, l'aumento della quotazione del greggio è determinante sulle dinamiche dei prezzi. E non è gestibile dalla politica monetaria. In marzo negli Usa i prezzi dei trasporti sono cresciuti del 9,8% annuo e quelli alla produzione sono saliti del 5,9%


L'AUMENTO DEGLI ALIMENTARI

Speculazione e consumi
Sui prodotti alimentari premono la speculazione dei mercati internazionali e la crescita dei consumi, soprattutto nei Paesi emergenti. Eliminando petrolio e cibo l'inflazione si ridimensiona: l'indice dei prezzi core è all'1,2% negli Stati Uniti, all'1,3% in Eurolandia e all'1,7% in Italia


LE TENSIONI SUI SALARI

La spirale da evitare
In Europa l'obiettivo di restituire potere d'acquisto ai lavoratori più deboli - in alcuni casi con meccanismi automatici - può avere effetti collaterali molto dannosi per tutti alimentando la spirale inflattiva. Negli Usa il mercato del lavoro è più flessibile: anche per questo la Fed è più tollerante verso i prezzi



16/04/2011