TOKYO CHIAMA PECHINO

TOKYO CHIAMA PECHINO
Tokyo, 7 mag. - Arrivando da Pechino - la capitale del Nord, città della fantasia, della varietà, di tutti i colori, di tutti gli odori, di tutti i rumori possibili - ci si mette un po' più di un attimo ad abituarsi alla delicatezza che aleggia nell'atmosfera della capitale dell'Est: Tokyo. Io ci ho messo un viaggio in metropolitana dall'aeroporto al centro città. Un'ora e mezza passata a concentrarmi per capire dov'ero, per rendermi conto che gli occhi a mandorla che vedevo intorno a me non erano più cinesi. Nessuno osservava me, però: in Giappone è maleducazione guardare la gente dritta negli occhi, soprattutto gli sconosciuti. Tutti guardano in basso, o al massimo sullo schermo del proprio cellulare. Solo per mandare sms però: in Giappone è maleducazione anche parlare al telefono sui mezzi pubblici.

Verranno poi gradualmente annientati tutti i sensi, ma il primo è la vista: il mio primo sguardo su Tokyo, man mano che mi avvicinavo alla città, mi ha mostrato semplicemente che neanche la periferia della metropoli è brutta. La città poi è esplosa e, un lampo dopo l'altro, sono arrivate tutte le immagini che aspettavo, a una velocità supersonica.

Il pulsante centro di Tokyo. Di giorno, l'atmosfera pacata di Lost in Translation e la vista della città dai 360 gradi dell'osservatorio di Roppongi Hills. Di sera, la gente che attraversa l'affollatissimo incrocio di Shibuya: le luci, i ristoranti, la folla. Sempre, un turbine di gente che riesce a muoversi anche in relativo silenzio. La calma delle vie curate come fossero un presepio, la vista dei petali dei ciliegi che cadono alle folate di vento e ricordano scene di cartoni animati con cui la gente della mia generazione è cresciuta. Tutto in un ordine che dopo un po' ti fa stropicciare gli occhi: ma sono in un film?

Lí inizia ad arrivare, e arriva in un colpo, la delicatezza di Tokyo.

Poi, passata la prima onda, iniziano a scattare i paragoni con la nostra benamata, rumorosa, caotica Pechino, che in quei giorni, comunque, non ci manca per nulla! E' un paragone che sovviene a ogni passo, non perché io non ne possa fare a meno (del resto, voglio godermi questi quattro giorni di perfezione), ma per la conversazione con il mio amico italiano che vive da tempo nella Città della Perfezione e che ride al pensiero che a Pechino la gente urla per la strada, va in macchina infilandosi in ogni spazio libero disponibile sull'asfalto, e molto altro. Il gioco dei paragoni, anche se all'inizio estenuante, diventa a lungo andare interessante. Un esercizio infinito.

In linea di massima, nulla è uguale: nulla è uguale alla vista, nulla è uguale all'udito, nulla è uguale all'olfatto. La capitale del Nord è rumorosa, quella dell'Est è silenziosa. La capitale del Nord è caotica, quella dell'Est è ordinata. Grossolana, elegante. Diretta, nascosta. Tante impressioni diametralmente opposte… direi tutte, ai sensi. Tanto che, mentre ero a Tokyo, avrei voluto che l'insieme dei fattori che da noi porta a pensare che Cina e Giappone sono "più o meno la stessa cosa", si fosse incarnato in una sola persona; con quella persona mi sarei volentieri seduta a un tavolo e, magari davanti a un piattone di sushi, mi sarei fatta spiegare che cosa è uguale tra Cina e Giappone. Perché a ma pare che l'unico elemento comune sia che entrambi i popoli mangiano con le bacchette!

Certo, non scherziamo, qualcosa di più profondo c'è, al di là delle bacchette...

"La Cina è un po' la mamma del Giappone", cosè  pare dicano alcuni laggiù, e lo dicono anche certi fatti; mamma Cina ha dato al Giappone la scrittura, ad esempio, nella sua forma originaria. Giappone e Cina hanno condiviso credenze religiose. Ma allora il Giappone dalla mamma ha preso solo le cose belle? Pare di sì. La società appare così diversa, ed evidentemente lo è. Ma alcuni aspetti ritornano comuni. Ad esempio, questa conversazione tra me e un giapponese di nome T, avvenuta sotto un ciliegio di Tokyo, avrebbe potuto avvenire tranquillamente in un cortile di Pechino:

T: "Mi piace moltissimo Venezia. Ci andrò in luna di miele"

Elisa: "Ah, quando ti sposi?"

T: "Fra non molto"

Elisa: "Venezia…bello! Ma la tua fidanzata è italiana?"

T: "No, non sono fidanzato"

Elisa: "………(taccio, ma ho capito)….…."

T: "E comunque mi sposerò con una ragazza giapponese"

La concezione del legame matrimoniale non è poi così lontana da quella di mamma Cina, allora. Almeno nella forma esteriore in cui si presenta. Certo, ogni popolo la colora delle sue tradizioni, delle sue inconfondibili sfaccettature.

Questo delle tradizioni matrimoniali è un capitolo molto lungo che potrebbe essere nutrito di molteplici impressioni avute durante i miei anni cinesi; ma basti ora capire che T, pur non essendo fidanzato, sa già dove andrà in luna di miele. Sa già che avrà una luna di miele, tanto per cominciare. Questo avvicina il Giappone alla Cina, e lo allontana da noi. E chissà quante altre cose ci sono che in quattro giorni non ho avuto tempo di scoprire...

Ero molto curiosa di carpire le impressioni dei giapponesi sulla Cina: pur senza pretese - sono a Tokyo per una visita -, si può provare a parlare con la gente, e mi aspettavo, ad essere sincera, espressioni di astio come quando si parla del Giappone con molti cinesi. Invece nessuno ha tirato in ballo la storia (ndr. L'occupazione giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale, tuttora motivo di tensioni tra i due Paesi) o ha storto il naso quando ho detto di vivere a Pechino. Al contrario.

Un po' ero preparata alle sorprese: il mio amico mi aveva raccontato l'episodio del viaggio in Cina di un suo collega giapponese, e che mi aveva fatto molto ridere. Nella canicola estiva, il distinto giapponese si era trovato di fronte a un uomo cinese che, fuori dall'uscio di casa sua, si faceva aria con un ventaglio e teneva la maglietta arrotolata sulla pancia, per stare al fresco "Sugoi!", "Incredibile!", lo aveva definito il distinto giapponese. Incredibile, ma non fastidioso, rozzo o inaccettabile.

Perché? L'ho poi capito per le strade di Tokyo. Un giapponese, nella sua città, non lo farebbe neanche per sogno. Questo episodio, se vogliamo ridicolo, mi ha fatto ricollegare la pancia scoperta sull'uscio di casa a una cosa molto più ampia: l'espressione libera degli stati d'animo.

A Tokyo sono tutti perfetti. Ci sono sorrisi di rito e di circostanza ad ogni angolo della città. Nei negozi le commesse hanno un sorriso che pare continuare fin dietro la testa. Le ragazze hanno ombretti che non sbiadiscono mai. Tutti s'inchinano, tutti sorridono quando ti rivolgono la parola. Sono tutti al tuo servizio. Perditi, e ti aiuteranno a tornare a casa. Chiedi un'informazione, e ti sarà data a tutti i costi. Questione di principio, credo. Quindi, qualcosa di fortemente mentale.

A Pechino, invece, i sorrisi di circostanza esistono in occasioni formali, o nelle riunioni di lavoro di una certa importanza. Fuori, la gente ride se è felice e "abbaia" se è arrabbiata (l'onomatopea non è casuale, perché i cinesi di Pechino, con il loro dialetto strascicato, pare veramente che abbaino!).

A Pechino, se un tassista vuole schiacciare un pisolino, accosta l'auto, tira giù il sedile e, semplicemente, dorme; se una persona vuole sputare per terra, sputa (non è bello, lo so); se vuole fare una telefonata, fa una telefonata, e se il suo interlocutore non sente bene, urla per farsi sentire meglio; se vuole passare in metropolitana, spinge; se vuole piangere, piange; se vuole ridere, ride. Disturba il suo vicino? Pazienza. Un minuto dopo qualcun altro disturberà lui, e i conti saranno pareggiati.

Sulla metro, come nelle case, si parla al cellulare, si chiacchiera, si ride. Sui cigli della strada ci si siede sui fogli di giornale o sugli sgabelli, s'imbandiscono tavolini in mezzo al traffico della città, e d'estate attorno a quei tavolini si beve birra e si mangiano noccioline. Si buttano addirittura le bucce per terra, e quando fa veramente caldo, ebbene sì, gli uomini si tirano su le magliette arrotolandosele sopra la pancia. Questo  è un gesto considerato un po' maleducato anche in Cina, ed è stato anche oggetto di una campagna di qualche anno fa che esortava a coprirsi le pance. Ma se ho caldo, per quale motivo devo tenermi la pancia coperta? Una spontaneità, quindi, che supera spesso e volentieri i limiti imposti dall'etichetta, ma che dà anche una sensazione di leggerezza.

Ed è questo che più mi ha colpita. A Tokyo gli sguardi che ho visto parlavano tutt'altro che di leggerezza. Piuttosto, comunicavano una espressività "intrappolata". Una sera in metro, ho avuto un impeto di affetto fortissimo per un uomo di mezza età seduto di fronte a me. Aveva uno sguardo semplicemente depresso. Certo, la depressione esiste in tutti gli angoli del mondo; ma quello sguardo pareva proprio schiacciato da uno specifico tipo di pressione sociale. "Pressione sociale", è come un mantra che sentiamo sempre quando si parla del Giappone. E cosa ne so io della pressione sociale, che in Giappone non ci vivo? Eppure è tangibile, e gli stranieri che vivono a Tokio con cui ho parlato, mi hanno confermato che i giapponesi, se durante la giornata vivono di etichetta, la notte si sbronzano: è impossibile, infatti, sfogare diversamente gli stati d'animo in una società dai codici comportamentali così forti, così imposti, così pesanti.

I codici comportamentali, sulle strade di Pechino, direbbero di coprirsi le pancia. Ma gli abitanti di Pechino hanno caldo, e fanno come vogliono.

E allora, la sensazione più prepotente che mi è arrivata camminando per le strade delle due capitali è che la città, a Pechino, sia fatta per chi la vive: un posto altamente imperfetto, ma in cui anche la banda delle pance scoperte riesce a crearsi i propri spazi. Tokyo, sembra fatta per chi arriva a guardarla: bellissima, ma pare che gli abitanti lavorino quasi solo per mantenerla intatta. Così curata, così bella, così delicata.

Io l'ho trovata grandiosa, un'esperienza che consiglio. Ma, in fondo, so che sto bene a Pechino proprio perché, se fossi un uomo nell'estate cinese, non potrei resistere alla tentazione di arrotolarmi la maglietta sulla pancia.

 

di Elisa Ferrero

 

Elisa Ferrero, sinologa classe 1978, laureata in Lingue e Letterature straniere all'Università di Torino, 10 anni dal primo ingresso in Repubblica Popolare Cinese.
La lingua cinese mi appassiona ormai da 10 anni, ma parlo con piacere anche l'inglese, lo spagnolo e il francese, sperimentati tutti in varie fasi della vita.
Una forte attrazione per Pechino nata dal primo giorno mi ha portata a viverci, studiando prima e lavorando poi, dal 2004 al 2007. Vivo nuovamente qui da maggio 2009.
Gli stimoli derivanti dalla conoscenza di diverse lingue straniere e da una propensione per esperienze di carattere internazionale sono molteplici. E' da questi che nasce in me la ricerca continua della condivisione della realtà con le persone lontane. La scrittura e la fotografia, i mezzi che più uso per farlo.

 

La rubrica "Lettere dalla Cina" ospita gli interventi di giovani italiani che vivono e lavorano in Cina, offrendo spunti di vita quotidiana e riflessioni originali. Andrea Bernardi, Corrado Gotti Tedeschi, Elisa Ferrero e Gianluca Morgese.