TIAN'ANMEN, RIVELAZIONI 21 ANNI DOPO

Pechino, 4 giu. –"21 anni dopo il massacro di Tian'anmen - titolavano le prime agenzie di questa mattina - pochi poliziotti e molti turisti nella famosa piazza di Pechino". Ma nessun giornalista. All'alba del 4 giugno, quella che inizialmente era sembrata una giornata ordinaria, andava assumendo i tratti nitidi di un anniversario pesantemente condizionato dai postumi della repressione totalitaria del 1989. Mentre la bandiera della Repubblica Popolare cinese mossa da una tiepida brezza sventola accanto a quella malesiana in onore della visita ufficiale del Premier Bajib Razak, l'illusione che qualcosa sia cambiato rispetto all'anno scorso, quando ai giornalisti stranieri fu proibito l'ingresso alla piazza completamente blindata, va pian piano scemando. L'ingresso ai giornalisti è vietato anche stavolta. C'è chi dice che le misure di sicurezza siano state più blande, ma nessuno ignora le decine di agenti in uniforme e in borghese arrivati a presidiare piazza Tian'anmen inondata di sole. A indurre le autorità a un atteggiamento di maggiore rilassatezza, forse la diffusa convinzione che i cittadini cinesi non abbiano consapevolezza storica? A giudicare dalla vox populi e dal silenzio calato sui media cinesi, si direbbe che la scarsa memoria storica di una società civile scesa a patti col Partito sia ancora un luogo comune con un riscontro di fondatezza. "Nel 1989 avevo 15 anni", racconta un tassista di pechino a AFP. "Non ricordo molto di quel che avvenne il 4 giugno, e negli ultimi 21 anni nessuno ha mai sollevato davvero la questione. A dire la verità, ai cinesi non importa per niente la politica, importa solo il benessere". Minore sicurezza non significa però assenza dei controlli: il centro della capitale cinese è stato pattugliato da auto della polizia e agenti con giubbotto antiproiettile per far rispettare il divieto delle autorità a manifestare per la ricorrenza.
Alla vigilia dell'anniversario il governo cinese è tornato a difendere la repressione del 1989, sostenendo che "il cammino di sviluppo della Cina è stato adeguato e in linea con gli interessi fondamentali del popolo cinese". Un controllo intenso non può non riguardare anche il web, con l'oscuramento di alcuni siti "eversivi" e il blocco dell'accesso ai servizi di Twitter, Flick e Hotmail.
Se la Cina ha sempre omesso la verità sul numero delle vittime del 4 giugno 1989, e secondo Amnesty International sarebbero ancora almeno 200 i partecipanti in stato di arresto permanente, due notizie odierne potrebbero fare breccia nella chiusura del Partito. L'organizzazione Human Rights in China (HRC) - creata nel 1989 da alcuni studenti cinesi e intellettuali americani e francesi -  ha infatti pubblicato proprio oggi, in memoria della strage, la lista di 195 vittime (molto probabilmente si tratta di un numero solo parziale) e le storie dei sopravvissuti, alcuni invalidi a vita, altri condannati all' ergastolo nelle carceri cinesi. A fornire la lista sarebbe stato il famoso dissidente Jiang Qisheng. La lista può essere consultata come una sorta di archivio virtuale che crea attorno a sé una suggestione dolorosa, analoga a quella che suscitano le foto ingiallite delle vittime dell'Olocausto: "Lu Peng, 9 anno, studente, colpito all'addome attorno a mezzanotte e deceduto sul colpo; Zhang Jian, 17 anni, studente, colpito al cuore mentre andava a trovare lo zio, morto durante il trasporto in ospedale; Dai Wei, 20 anni, cuoco, colpito alla schiena la notte del 3 giugno e deceduto in ospedale all'alba del 4 giugno."
Mentre il rapporto indipendente di HRC ha iniziato dopo 21 anni a fare la conta dei morti e a rivelarne l'identità, la BBC annuncia l'imminente pubblicazione del diario di Li Peng, il leader cinese che annunciò la legge marziale prima che l'esercito entrasse in azione quella fatidica mattina. Li Peng dichiara nel diario inedito che avrebbe dato la sua vita pur di fermare la protesta. "Il manoscritto rivela dettagli sconvolgenti delle decisioni che furono prese prime e dopo il 4 giugno", dice la televisione inglese. Il libro si intitolerà "Li Peng's June 4 Diary" e verrà pubblicato dalla New Century Press alla fine del giugno. A curare la pubblicazione sarebbe Bao Pu, il figlio di Bao Tong, consigliere di punta del PCC alla fine degli anni '80.
In un periodo in cui la riforma politica in Cina sembra essere tornata al centro dei dibattiti, la necessità di trovare una nuova legittimità – anche in vista dell'importante ricambio generazionale previsto per il 2012 -, sembra amplificare l'insicurezza del Partito. Non sono soltanto i dibattiti teorici alimentati in seno alla Scuola Centrale del PCC sulla necessità di limitare l'egemonia del Partito Unico e sbloccare il processo di separazione dei poteri, ma anche i sintomi di una crescente insofferenza che provengono dalla società civile: il recente aumento delle tensioni sociali - che rivelano la difficoltà del PCC di gestire le crescenti tensioni interne attraverso la formazione di un consenso "tecnico" -, oggi potrebbero ostacolare l'approccio denghista adottato dal classe politica nel post-4 giugno per evitare una nuova insorgenza democratica.
Se Pechino il 4 giugno 2010 ammorbidisce solo blandamente i controlli, la pentola a pressione della società civile trova sfogo in piazze diverse. Uno dei leader della protesta di Tien'anmen, Wuer  Kaixi, è stato infatti fermato venerdì scorso dopo essere entrato nell'ambasciata cinese di Tokyo. Wu'er, 42 anni, di etnia uigura, noto come uno del leader del movimento studentesco, era fuggito dalla Cina dopo la repressione della protesta democratica, e vive oggi a Taiwan. Ma è ad Hong Kong che si sono concentrare le manifestazioni più imponenti: gli organizzatori parlano di almeno 50 mila persone confluite al Victoria Park per una veglia commemorativa. Sabato scorso, tredici attivisti erano stati fermati dopo scontri con la polizia: i manifestanti stavano tentando di erigere nel quartiere commerciale di Times Square, a Hong Kong, la statua in gesso e cartapesta della 'Dea della democrazia', simile a quella costruita in piazza Tienanmen 21 anni fa e divenuta in tutto il mondo il simbolo della protesta.

 

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