Tessile nella morsa dei costi

Carlo Andrea Finotto
MILANO
Incrementi tra il 40 e il 50% per la lana australiana fine. Del 20% per il cachemire pregiato proveniente dall'Inner Mongolia. Del 25% per la seta cinese.
L'impennata dei prezzi delle materie prime toglie il sonno al tessile italiano, da Biella a Como a Prato. Le aziende rischiano di vedersi erodere i margini che stavano faticosamente recuperando grazie al rafforzamento del dollaro sull'euro (ieri a 1,34) che stava favorendo, in questi mesi, una ripresa dell'export.
«È uno scenario con il quale dobbiamo fare i conti – afferma Michele Tronconi, presidente di Sistema Moda Italia (Smi) – e del quale si avvertivano i segnali già a partire dall'ultimo trimestre 2009». Uno scenario che rischia di cambiare le prospettive del "dopo-crisi" secondo Tronconi, e che ha all'origine cause diverse e interconnesse: il petrolio che ha ricominciato a correre, la ripresa più rapida che altrove che sta interessando l'Asia, con Cina e India che fanno incetta di materie prime. E non solo di acciaio, ferro e altri metalli. «Da soli questi due paesi acquistano l'85% della lana mondiale: il 70% la Cina e il 15% l'India» spiega Luciano Donatelli, presidente degli industriali biellesi, dove il tessile conta ancora oltre 900 aziende, per circa 15mila addetti e un export di circa 1,1 miliardi l'anno. Così il filato top da 19,5 micron (chiamato Broken) preso come riferimento, è passato in pochi mesi «da sei dollari al chilo a 8,5 e anche nove dollari al chilo – dice Donatelli – con incrementi tra il 40 e il 50%». Non è andata molto meglio al cachemire: quello pregiato, prodotto nella Mongolia interna, varia a seconda della tipologia (dal più scuro al più chiaro) tra i 60 e i 90 dollari al chilo e ha «subìto aumenti tra il 15 e il 20%» spiega il presidente degli industriali biellesi.
L'effetto per le casse delle aziende costrette a rifornirsi per fronteggiare la ripresa degli ordini è immaginabile. Anche perché «nei mesi scorsi, a causa della crisi, quasi nessuno di noi ha riempito i magazzini di materia prima» sottolinea Ambrogio Taborelli, presidente di Confindustria Como, dove il comparto tessile-serico conta 800 aziende ed esporta per 1,4 miliardi di euro l'anno, con una quota di mercato del 90% negli Stati Uniti. «I mercati erano troppo stagnanti e la situazione troppo incerta». A Como si lavora soprattutto seta e filato di poliestere: quest'ultimo, sotto la spinta del petrolio, è cresciuto del 4-5%, un metro di seta grezza, invece, anche del 20 per cento.
«Certo che le aziende sono penalizzate – dice Taborelli – ma gli ordini sono ancora bassi e non si assiste alla corsa all'accaparramento». E poi, almeno per la seta grezza, oggi tra 1,6 e 1,7 dollari al metro, sono lontani i picchi degli anni scorsi, quando era arrivata anche a tre dollari. Per il comparto comasco, secondo Taborelli, «l'export favorito dal dollaro più forte bilancia i rincari», almeno per ora. «E i fornitori sono disposti a trattare sui prezzi di fronte a ordini sostanziosi».
Sul fronte della lana e del cachemire la situazione è diversa. Anche perché, ricorda Donatelli, ai rincari delle materie prime si aggiunge il dumping cinese: «Il governo di Pechino sostiene le esportazioni con contributi alle aziende nell'ordine del 15-16% del valore. In pratica, con i 90 euro che una nostra azienda paga un chilo di cachemire di alta qualità ancora da lavorare, si posso comprare tre maglie cinesi fatte con cachemire di basso livello».
Restare competitivi, insomma, è sempre più difficile: «Si può fare solo con alto valore aggiunto e l'innovazione – afferma il presidente degli industriali biellesi – perché sul fronte del servizio ai clienti i cinesi si stanno già attrezzando con punti di stock service in Europa».
Il nuovo scenario, però, presenta anche un'altra faccia, secondo Michele Tronconi: «Con il prezzo del petrolio destinato a crescere e l'incremento delle materie prime, la delocalizzazione perde la sua convenienza. Ci sono le condizioni affinché le produzioni di prossimità, se basate su qualità ed elevato contenuto moda, tornino a essere competitive». Non solo: «Nel medio periodo – spiega il presidente di Smi – la Cina potrebbe decidersi a rivalutare il Renminbi, per rendere più conveniente l'approvvigionamento di materie prime di cui ha bisogno. E questo ridurrebbe la convenienza dei prodotti provenienti da Pechino, a vantaggio di Europa e Stati Uniti».
carloandrea.finotto@ilsole24ore.com
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04/04/2010