Tensione in Tibet, cento arresti

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Vigilia ad alta tensione per il cinquantesimo anniversario della rivolta del Tibet contro la Cina. Mentre il presidente, Hu Jintao, chiede al Paese di formare una «grande muraglia contro il separatismo», per prevenire manifestazioni di protesta anti-cinesi, il Governo mette in stato di assedio la Regione autonoma speciale e anche le province limitrofe abitate da comunità tibetane come il Qinghai, il Sichuan e lo Yunnan. Sono già 109 i monaci arrestati nel monastero di Lutsang nella provincia occidentale del Qinghai. I provvedimenti rientrano nelle misure decise dalle autorità di Pechino per evitare, nel giorno del 50° anniversario della fallita rivolta di Lhasa, il ripetersi di proteste come quelle dello scorso anno che costarono la vita a 200 persone.
Da settimane, ormai, il Tibet è chiuso all'accesso dei turisti stranieri. I monasteri a maggior rischio insurrezionale sono presidiati dalle forze dell'ordine. E su tutta la linea di frontiera che separa l'altopiano himalayano dal resto del mondo è stato disposto un dispiegamento supplementare di truppe. «Per garantire la stabilità e la sicurezza del Tibet, abbiamo rafforzato la presenza dell'esercito lungo i nostri confini meridionali» ha dichiarato ieri un portavoce del Governo. Il timore di Pechino è che attivisti tibetani residenti in India e in Nepal riescano a infiltrarsi sul Tetto del mondo, e a fomentare rivolte anti-cinesi sfruttando la carica emotiva dell'anniversario della storica insurrezione del 1959.
Mezzo secolo fa esatto, Lhasa insorse contro le armate maoiste che nel 1950 avevano occupato l'altopiano himalayano. Nel giro di una settimana, Pechino soffocò i tumulti popolari nel sangue. E così il Dalai Lama fu costretto a riparare in India insieme ad altre migliaia di tibetani. Ma ad accendere la miccia potrebbe contribuire un'altra ricorrenza più vicina temporalmente, e il cui ricordo è ancora nella memoria di tutti: quello della rivolta di Lhasa del 14 marzo 2008.
La massiccia opera di prevenzione anti-sommossa del Governo cinese prevede l'impiego di esercito, polizia e corpi paramilitari. Inoltre, per evitare che, come accadde l'anno scorso a Lhasa, i messaggi via web e via sms diventino il tam-tam di aggregazione dei rivoltosi, Pechino ha disposto l'oscuramento delle linee pubbliche di internet e di telefonia mobile almeno sino alla fine di marzo. Ha anche cercato di dissuadere i giornalisti stranieri: ieri due reporter italiani, il corrispondente dell'Ansa Beniamino Natale e quello di SkyTg24 Gabriele Barbati, sono stati fermati e interrogati per tre ore dalla polizia cinese a Xining, capoluogo della provincia di Qinghai, limitrofa al Tibet. Nonostante l'imponente dispiegamento di uomini e mezzi, in queste ore la situazione resta molto tesa: ieri nel Qinghai due auto della polizia sono state colpite da una bomba rudimentale. Talmente tesa da spingere il plenipotenziario del Partito Comunista in Tibet, Zhang Qingli, a disertare l'Assemblea Nazionale del Popolo in corso a Pechino, e a restarsene a Lhasa per dirigere personalmente le operazioni della macchina anti-sommossa.

10/03/2009