Tajani e Barnier: più controlli sulla Cina

BRUXELLES. Dal nostro inviato
«Vorremmo attirare la sua attenzione su un argomento spesso evocato dall'industria europea e cioè che alcuni investimenti stranieri in Europa non si propongono di risanare le nostre imprese o di migliorarne i risultati ma piuttosto di privarle del loro know-how per trasferirlo all'estero».
Nella lettera congiunta inviata al presidente Josè Barroso, Antonio Tajani e Michel Barnier, rispettivamente commissario Ue all'Industria e al Mercato interno, mettono il dito sulla piaga fin dal primo paragrafo. Vanno benissimo gli investimenti esteri nell'Unione, sono benefici e necessari, a patto però che non siano cattivi investimenti, in altre parole rapine più o meno mascherate. E a patto che avvengano nel segno della reciprocità.
Nessuno la nomina ma il pensiero va soprattutto alla Cina e ai paesi asiatici affamati delle nostre tecnologie e disposti a tutto pur di metterci le mani sopra.
Che fare? «Stimolare un dibattito in Commissione che non può più essere rinviato a lungo» rispondono all'unisono Tajani e Barnier. Che comunque hanno anche una serie di idee su come l'Ue dovrebbe muoversi. Tajani del resto le aveva anticipate al nostro giornate in un'intervista pubblicata il 10 febbraio scorso.
Dal 1975 gli Stati Uniti hanno un sistema di controllo degli investimenti esteri che possono avere un impatto sui loro interessi strategici. Lo stesso vale per Canada, Australia, Giappone, Cina e Russia. In Europa anche Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna e Polonia dispongono di meccanismi di controllo meno vincolanti ma che prevedono meccanismi di autorizzazione quando di mezzo ci siano interessi nazionali vitali.
Dunque il primo passo, suggeriscono i due commissari, potrebbe essere «l'armonizzazione dei criteri e delle modalità in base ai quali le autorità nazionali competenti fanno le rispettive verifiche». Senza escludere l'ipotesi di «una verifica centralizzata a livello europeo quando l'impresa oggetto dell'investimento rivesta un interesse europeo».
Di basi giuridiche per procedere, ricorda la lettera, ce ne sono diverse nei Trattati Ue. Nel settore della difesa, secondo l'art. 346-1b, tutti gli Stati membri possono prendere le misure ritenute necessarie a tutela dei propri interessi essenziali. La direttiva del 2009 sul mercato del gas garantisce l'indipendenza energetica Ue con la "clausola Gazprom", che vieta a società straniere di comprare quelle europee senza reciprocità.
L'articolo 207 del Trattato consente all'Ue di negoziare sugli investimenti esteri nell'ambito della politica commerciale comune. E di imporre restrizioni, però con voto all'unanimità. I margini di manovra dunque ci sono. Ora la parola passa a Barroso.
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01/03/2011