SWEET HOME HOHHOT

Roma, 4 giu. - Oltre due milioni di abitanti di popolazione, enormi palazzoni e soprattutto un vento incontenibile. Se torno nella "città ventosa" è per motivi di lavoro, ma malgrado ciò che gli indizi sembrano indicarmi, mi risveglio dal blues che mi risuona nelle orecchie, spengo il lettore mp3 e mi accorgo di non essere a Chicago, ma nella Mongolia Interna, precisamente a Hohhot. Le folate che soffiano sui volti spigolosi dei vecchi che vendono pane raffermo agli angoli della strada non vengono dal lago Michigan, ma dalla steppa mongola e dal deserto dell'Ordos. È la seconda volta che vengo in questa città, ma se il ricordo della prima volta (dicono non si scordi mai) è una lenta passeggiata a cavallo di un placido cammello, questa volta sono qui in una veste più atipica: quella di musicista. Solo il giorno prima ero seduto davanti al pc nell'appartamento in affitto a Wudaokou (quartiere internazionale o meglio "ghetto coreano" di Pechino) a controllare i risultati dell'esame HSK – che certifica il livello di cinese – e gli ultimi dettagli del volo che avrei dovuto prendere meno di una settimana dopo per tornare in Italia, quando ad un tratto la casellina di gmail si annerisce per farsi notare di più: c'è un nuovo annuncio di lavoro nella "Posta in arrivo (1)"!
Sono ormai quattro mesi che ricevo quotidianamente una decina di comunicazioni sulle scuole private della città che hanno bisogno di insegnanti d' inglese "madrelingua", e da circa un mese, dopo una decina di contratti firmati e "demo class" senza aver fatto un'ora di lezione, ho smesso di curarmene. Controllo meglio la mail e noto che la proposta è quantomeno insolita. Sono stato scelto come chitarrista e cantante per un evento non ben identificato a Hohhot, nella Mongolia interna, la retribuzione: 1300 yuan più rimborso spese e viaggio.
Ora, da studente di pianoforte in conservatorio prima, e bassista e corista nel gruppo rock italiano (si spera) emergente "the Sassi" oggi, la mia padronanza della chitarra acustica è del tutto approssimativa, così come approssimativo è lo strumento che ho comprato a 20 euro (compresi due plettri perché "sei un waiguo – uno straniero – simpatico") in un negozio fuori mano nella zona di Xinjiekou. Tutto questo non sembra avere molta rilevanza. Chi mi ha scelto (senza ascoltarmi, naturalmente) è stato sicuramente convinto da alcune foto di mie esibizioni dal vivo e, senza saper riconoscere una chitarra da un basso elettrico, ha affidato il successo della sua attività a questo buffo italiano coi baffi. L'avventura sembra rischiosa, ma Valentina mi fa notare che il giorno dell'esibizione coincide con quello del mio 22esimo compleanno e non mi posso permettere di perdere un'esperienza del genere da raccontare (Big Fish docet). Decido quindi di farmi accompagnare da Matteo, con cui concordiamo di muoverci per Hohhot in aereo, e mi preparo ad incontrare la sera stessa il ragazzo dell'agenzia per la firma del contratto, con tutte le mie richieste e perplessità. Arriva l'ora stabilita, e Tom – il delegato dell'agenzia – arriva alla Beijing Foreign Studies University dove ci incontriamo sullo sfondo di una massa di studenti intenti a bere baijiu (grappa), mangiare spiedini e ripassare qualche carattere nuovo: un background decisamente rock.
Tom mi stupisce, non fa una piega, si siede e mi fa firmare un contratto preparato sul momento sul suo quadernino (lo conosco, costa due yuan al supermercato dell'università).
"La mia chitarra potrebbe non essere buona, voi ne avete un'altra?"
"Questo non importa."
 "Non so dove dormirò."
 "Ti mando un sms con l'indirizzo quando arrivi."
 "Voglio viaggiare in aereo e costa di più."
 "Tieni altri 300 yuan." Sull'unghia.
Firmo con il mio nome cinese sul foglio generando l'ormai solita ilarità, Lu Bu, grande guerriero del II secolo d.C. Parentesi di dieci minuti con il classico excursus sul romanzo dei Tre Regni (consolidato in questi mesi a Pechino), e via. Niente più storie, si parte.
L'aereo decolla con un'ora di ritardo, ma le stesse folate di vento che non gli hanno permesso di partire in orario sembrano spingerlo più velocemente verso la meta, come testimoniano le grida dei passeggeri e le dita serrate sui braccioli accanto ai sedili. Arrivati all'aeroporto, prendiamo un taxi per l'albergo. Il tassista sembra scettico, ma dopo aver parlato al telefono con i proprietari dell'albergo e aver saputo che il mio è un viaggio di lavoro, poggia delicatamente la chitarra nel portabagagli come fosse una Gibson Les Paul, guardandola come se mi fosse stata donata direttamente dal Cielo.
"Buongiorno, dovrebbe esserci una stanza prenotata per me", l'arrivo in albergo.
"C'è una donna nella vostra stanza con la chiave", l'enigmatica risposta.
Decido di non farmi troppe domande, che il cinese va studiato di più e che magari Matrix esiste davvero, e una volta saliti al piano superiore scopriamo che c'è davvero una donna nella nostra stanza, pronta per consegnarci la chiave.
"Buonanotte, riposate bene e domattina sveglia alle sei".

Arriva il mattino.
Scendiamo in strada e troviamo ad attenderci un furgoncino e una troupe di quattro persone, come fossimo delle vere rockstar occidentali. Mi sento come se fossi Herbie Hancock, o forse meglio Billy Corgan (non posso suonarlo il pianoforte), pronto per un concerto nella mia Chicago, ma questa è Hohhot e il meglio che possa augurarmi è di far divertire l'audience anche solo la metà di John Belushi insieme con il mio blues brother Matteo. Arrivati in una enorme sala conferenze, entriamo nell'atrio dove a spiccare è in particolare un pianoforte a coda sospeso in mezzo ad una piccola piscina a semicerchio. È decisamente il momento delle spiegazioni. A contattarmi è stata un'agenzia cinese import-export che ha a che fare con l'acquisto di vini italiani e francesi, che gli accompagnatori confessano di rivendere a prezzi consistentemente maggiorati agli ignari abitanti mongoli, e chissà di quanti altri posti! Sui tavoli del buffet si alternano bicchieri di Chianti, vini bianchi, rossi, dolcetti (salati, come nella migliore tradizione cinese) e tramezzini, mentre vengo presentato come il cantante della famosa band italiana "the Sassi". L'esibizione si consuma in una mezzora. Si parte con un "Light my fire" chitarra e voce, in volto un'espressione molto convinta, proseguendo poi con improvvisazioni al pianoforte (mi ha concesso di usarlo il laoban dell'azienda, il proprietario, al quale i miei baffi avranno fatto buona impressione); per concludersi quindi con due belle bottiglie di vino in confezione omaggio (naturalmente, essendo un regalo, non era nemmeno un d.o.c.) da riportare a Pechino.
Si torna a casa. Rimetto su le cuffie dell'mp3 pensando che magari sono davvero in un film e la canzone a cui sto pensando si sceglierà da sola, e invece mi armo di pazienza per scorrere tutta la cartella "varie" fino alla "s" ed ascoltare, tra un sospiro di sollievo ed un sorso di vino scadente, il pezzo che stavo cercando. Come on / Oh baby don't you wanna go / Back to that same old place / Sweet home Chicago.

 

di Davide Vacatello

 

Davide Vacatello, sinologo e musicista classe 1988, laureato in Lingue e Civiltà Orientale alla Sapienza, Università di Roma.

 

La rubrica "Lettere dalla Cina" ospita gli interventi di giovani italiani che vivono e lavorano in Cina, offrendo spunti di vita quotidiana e riflessioni originali.

 

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