Svolta di Pechino sul clima: pronti a impegni vincolanti

CANCUN. Dal nostro inviato
Per lunghi anni, la Cina è stata la convitata di pietra dei vertici climatici internazionali: senza obblighi sotto il Protocollo di Kyoto, rifiutava di assumere impegni vincolanti al taglio delle emissioni-serra. Ma oggi che è diventata il paese più energivoro al mondo, le cose sono cambiate. «Possiamo accordarci su una risoluzione che sia vincolante per la Cina – ha detto a sorpresa Huang Huikang, il ministro degli esteri di Pechino, appena arrivato al summit climatico di Cancun – senza bisogno di archiviare Kyoto».
Le sue parole sono apparse come un raggio di sole, in questo nebuloso vertice messicano, ritenuto quasi inutile alla vigilia, eppure potenzialmente più promettente di quello dell'anno scorso a Copenhagen. «Possiamo raggiungere un'intesa su molti punti-chiave – sentenzia Xie Zenhua, il capo della delegazione – come il trasferimento tecnologico, i finanziamenti e la protezione delle foreste». Perché, fatalmente, in assenza di una leadership americana (le promesse fatte da Obama sono ostacolate dal Congresso), è Pechino a salire in cattedra. «Sento dire che l'offerta cinese cambia le carte in tavola – ha risposto Todd Stern, l'inviato di Obama ai colloqui – ma personalmente non ci vedo nulla di nuovo».
Verrebbe da dire che, in questo genere di cose, il partito unico è molto più efficiente della democrazia. Ma la verità è che la Repubblica popolare – per bocca del presidente Hu Jintao in persona – sa che il cambiamento climatico è una realtà e che la futura cresciuta economica non potrà essere alimentata solo dai combustibili fossili. «Il mio paese – dice l'imprenditrice Hiu Ng, presidente della FairKlima Capital di Pechino – l'anno scorso ha investito 34,6 miliardi di dollari nelle energie rinnovabili, ben più di chiunque altro».
Ne è convinto anche Nicholas Stern, l'ex economista della World Bank famoso per i suoi calcoli sui costi del climate change: «La Cina scommette sulla rivoluzione industriale generata dall'energia verde – assicura – e fa tutto quel che promette». Da questo punto di vista, trasformare gli impegni volontari già assunti (quasi dimezzare l'intensità energetica per unità di Pil) in impegni vincolanti, non fa grande differenza. Se non mettere nell'angolo, in un solo colpo, la tentennante diplomazia americana, che per anni s'è fatta scudo delle indisponibilità cinesi per non fare nulla.
Tre giorni fa, qui a Cancun, lo stesso Stern aveva previsto che «entro breve la Cina adotterà un sistema di mercato sulle emissioni», sullo stile dell'Ets europeo. Detto e fatto. Jos Delbeke, capo della Climate unit della Commissione Europea, ha annunciato che Bruxelles sta già aiutando Pechino, trasferendole informazioni sulle complesse tecnicalità di un mercato per lo scambio dei diritti a emettere carbonio.
Ieri, a Cancun, è iniziata la parata ministeriale, con oltre 190 rappresentanti di altrettanti governi che dichiarano – sul palcoscenico dell'aula plenaria – le proprie intenzioni. Intanto, fuori dai riflettori, la diplomazia lavora vorticosamente a un accordo. Che non sarà ancora un accordo vincolante come Kyoto, dove i paesi emergenti, per via delle modeste responsabilità storiche nelle emissioni di CO2, non avevano obblighi da mantenere. Qui, semmai, si gettano le basi per una storica intesa da raggiungere nel 2011 in Sud Africa. Il che è oggi un po' più probabile: il convitato di pietra cinese, s'è finalmente seduto al tavolo. Anzi, a capotavola.
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08/12/2010