SUMMIT USA CINA POSIZIONI FERME

Pechino, 4 mag.- A una settimana dall'apertura del vertice USA-Cina, dove la questione della moneta cinese sarà uno dei temi all'ordine del giorno, tanto Washington che Pechino si mantengono ferme sulle loro posizioni: in un dossier trimestrale sulle politiche monetarie pubblicato nella tarda serata di martedì, la Banca centrale cinese ha confermato che il governo manterrà il tasso di cambio dello yuan "sostanzialmente stabile", utilizzando l'abituale forma per indicare che l'apprezzamento dello yuan sul dollaro avverrà a un ritmo graduale, in linea con le esigenze economiche cinesi (questo articolo). 

 

Dall'altro lato del Pacifico, intanto, il segretario del Tesoro USA Timothy Geithner ha riconosciuto ieri gli sforzi di Pechino nelle modifiche al rialzo del tasso di cambio per contrastare l'inflazione, sostenendo tuttavia che l'apprezzamento deve avanzare a ritmi più rapidi. Si tratta di dichiarazioni di routine, che rientrano nel gioco delle parti all'avvio del summit, ma molti osservatori sottolineano come le pressioni effettuate da Washington su Pechino si siano attenuate rispetto allo scorso anno.

 

Finora, nel corso del 2011, la Banca centrale di Pechino ha pilotato lo yuan attraverso una serie di record sul dollaro, l'ultimo dei quali è stato registrato venerdì scorso, quando la valuta cinese ha toccato sul biglietto verde il livello più alto raggiunto negli ultimi 18 anni. La leadership cinese ha elencato espressamente il tasso di cambio dello yuan tra gli strumenti da impiegare per contrastare un'inflazione che non accenna a chinare la testa: i dati ufficiali mostrano che a marzo l'indice dei prezzi al consumo è cresciuto del 5.4% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, un ulteriore aumento del costo della vita che uno yuan più pesante può contribuire a domare, aumentando il potere d'acquisto delle famiglie.

 

Nello stesso tempo, i recenti apprezzamenti sembrano congegnati anche per mettere a tacere gli attacchi di cui la moneta cinese è oggetto da tempo. Lo yuan, com'è noto, non è una divisa pienamente convertibile e nel 2008, allo scoppio della crisi, venne ancorata di fatto al dollaro, un blocco sollevato solamente nel giugno dello scorso anno. Da allora lo yuan-renminbi ha effettivamente guadagnato terreno sul biglietto verde, ma non al ritmo desiderato dai detrattori – tra cui un ampio schieramento bipartisan in seno al Congresso USA- che ritengono che Pechino manipoli consapevolmente la valuta per ottenere un vantaggio sleale negli scambi con l'estero.

 

Ma per Pechino, come sempre, il fronte interno rimane quello più importante: da quando nel novembre 2010 la FED ha deciso di procedere a un nuovo alleggerimento quantitativo da 600 miliardi di dollari - una manovra che di fatto equivale a emettere nuova moneta per abbassare il valore della divisa statunitense e sostenere così la ripresa -,  sullo yuan si sono concentrate ulteriori pressioni inflazionarie. Decisamente troppe, per non impiegare anche l'apprezzamento dello yuan, seppure a un ritmo "sostanzialmente stabile", come recita il mantra dell'amministrazione cinese.

 

di Antonio Talia

 

 

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