Sulla cinese Da Vinci la morsa dei controlli

MILANO
Doris Da Vinci (vero cognome: Phua), ha versato calde lacrime ieri durante la conferenza stampa indetta a Pechino insieme al marito Tony per rintuzzare le accuse della tv cinese al loro impero dell'arredo di lusso. Accuse sfociate in un'inchiesta tutt'ora aperta, il sospetto è quello di aver venduto in Cina falso made in Italy.
Il gruppo Da Vinci, in questo momento è alla paralisi.
Gli uomini dell'Industrial and commercial administration (in pratica, i nostri vigili dell'annonaria con forti poteri, però, di accertamento sulle frodi), da lunedì scorso stanno passando al setaccio i magazzini dei negozi Da Vinci, controllando fatture e bolle di accompagnamento, risalendo la corrente degli sdoganamenti. Sotto la lente c'è, soprattutto, il negozio di Shanghai, quello con i mobili del brianzolo Tino Cappelletti, l'imprenditore cliente storico della coppia di imprenditori di Singapore, finito proprio al centro dell'indagine giornalistica. Reportage che si sta abbattendo come un maglio anche sui fornitori italiani.
La campagna mediatica, infatti, ha innescato il domino della cancellazione degli ordini dei buyer di mezzo mondo fatti appena qualche giorno fa, in occasione della settimana Da Vinci che si è svolta a Pechino.
Una campagna, caso strano a detta di alcuni, piombata proprio a ridosso della quotazione. «Da Vinci ha mosso i passi di legge per la quotazione in borsa a Shanghai per un valore pari a 40 volte gli utili netti prodotti l'anno scorso», dice da Pechino Antonio Munafò, l'imprenditore di Cantù esclusivista di Da Vinci per l'Europa. Fatti due conti, il valore dell'Ipo sarebbe almeno di 400 milioni di euro. Non male per una coppia straniera che ha, di fatto, il monopolio in Cina del mobile di lusso.
C'è sconcerto anche tra gli industriali della Brianza. Non solo tra i clienti diretti. Da Vinci fattura una cinquantina di milioni all'anno, gran parte riferita a prodotti di aziende locali. Clienti da tutte le parti del mondo telefonano per saperne di più sulla vicenda che si sta consumando all'altro capo del mondo. Alessandro Besana, dell'omonima azienda di Mariano Comense è a Cantù, nella chiesa degli agostiniani di sant'Ambrogio appena ristrutturata per un convegno sulle nuove strategie per l'internazionalizzazione del mobile brianzolo organizzato dalle Camere di Commercio di Monza e Brianza e di Como: «Mi hanno chiamato da Hong Kong - dice - per sapere cosa sta succedendo a Pechino. Sinceramente non siamo in affari con Da Vinci, però siamo consci dell'importanza della questione, il danno d'immagine c'è, per tutti». Annuiscono i colleghi Bellotti, Meroni, Sbalchiero, Berto. Ci sono opinioni discordanti sul caso da Vinci. Ma, è un fatto: da Cantù in queste ore è in netta ripresa la voglia di ripensare attivamente a un marchio del legnoarredo made in Brianza.
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IL CASO



La Tv di Stato cinese Cctv ha trasmesso domenica scorsa un reportage sul gruppo Da Vinci, da cui sono scaturite indagini delle autorità di Pechino per verificare l'esistenza di frodi

14/07/2011