Sull'informazione il regime ha giocato d'anticipo

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Conferenze stampa, viaggi organizzati per i giornalisti stranieri, fiumi di immagini disponibili per le televisioni internazionali. Il nuovo manuale su come gestire la comunicazione in tempi di crisi era nel cassetto da tempo. E alla prima occasione, il governo cinese l'ha tirato fuori, mettendolo in atto punto per punto con grande zelo.
La strategia mediatica adottata in questi giorni da Pechino per presentare al mondo gli scontri etnici di Urumqi è senza dubbio una novità assoluta. Per comprenderlo, basta ricordare come il governo cinese decise di "trattare" l'informazione e i suoi addetti in occasione della rivolta di Lhasa del marzo 2008. Il Tibet fu chiuso ermeticamente alla stampa straniera, e la copertura mediatica dei disordini fu affidata alle sapienti mani della televisione e dei giornali di stato, che diffusero solo la loro versione dei fatti. Peraltro, molto tardivamente: la prima conferenza stampa, infatti, fu indetta ben 72 ore dopo lo scoppio dei tumulti.
Forte del suo monopolio, la stampa di regime ebbe buon gioco a liquidare l'ultimo incidente - frutto di sessant'anni di conflitto etnico-religioso - in pochi ma fondamentali concetti di facile comprensione: tibetani cattivi istigati alla violenza da quel demone secessionista che è il Dalai Lama; cinesi buoni che cercano di difendere l'ordine costituito e garantire lo sviluppo economico del Tibet.
Il risultato di quell'operazione mediatica fu disastroso. Nessuno al mondo diede credito all'informazione addomesticata di Pechino. E perfino quelle poche evidenze che avrebbero offerto una flebile attenuante alla feroce repressione ordinata dalla nomenklatura (per esempio, che i primi ad aggredire con violenza inaudita furono i tibetani) furono totalmente ignorate dall'opinione pubblica mondiale. Che sul Tibet aprì una campagna anticinese su scala globale, placatasi solo con il terremoto del Sichuan.
La Cina ha fatto tesoro di quel clamoroso fallimento ed è corsa ai ripari. Così domenica scorsa, anziché aspettare che la stampa internazionale apprendesse la notizia della carneficina di Urumqi da qualche blog o da qualche filmato amatoriale diffuso in rete, l'ufficio informazione di Pechino ha giocato d'anticipo offrendo addirittura ad alcuni giornalisti stranieri un viaggio speciale tutto organizzato - con tanto di albergo e sala stampa - per la capitale dello Xinjiang. «I media internazionali devono vedere con i loro occhi. I fatti parlano da soli», ha spiegato un funzionario cinese, enfatizzando l'efficacia dell'operazione trasparenza varata dal governo in occasione dei disordini di Urumqi.
Ma l'apertura mediatica al mondo esterno è stata controbilanciata da un secco giro di vite sull'informazione domestica. Anche in questo caso, il partito comunista ha tratto insegnamento dell'esperienza tibetana. Subito dopo lo scoppio della rivolta di Lhasa, il mondo fu invaso da immagini cruente degli scontri riprese dai dissidenti tibetani con i telefonini e inoltrati via sms o via email.
A Urumqi, invece, la censura cinese ha staccato subito la spina del web e della telefonia mobile, bloccando così immediatamente la circolazione globale di video e fotografie compromettenti.
L. Vin.
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09/07/2009