Sui cambi negoziati segreti Francia-Cina

Non una nuova Bretton Woods, piuttosto una riedizione dell'accordo dell'Hotel Plaza di 25 anni fa con cui furono poste le basi per un graduale deprezzamento del dollaro. In cabina di regia, il presidente francese, Nicolas Sarkozy, quando nel 2011 sarà il turno del paese transalpino alla guida del G-20. Il bersaglio, stavolta, non sarebbe il biglietto verde, ma lo yuan e tutte quelle valute dell'est asiatico che fanno fatica ad apprezzarsi rappresentando così una minaccia per i produttori dell'Occidente.
Proprio per questo Sarkozy, secondo quanto risulta al Financial Times, avrebbe tentato di affrontare il problema alla radice intrattenendo colloqui da almeno un anno direttamente con le autorità di Pechino e tentando di raggiungere un accordo che spianerebbe la strada a un nuovo sistema in grado di promuovere una maggior stabilità sui cambi. L'obiettivo principale, al di là dei valori delle singole monete, sarebbe l'individuazione dell'istituzione internazionale deputata a controllare i mercati valutari ed è molto probabile che Sarkozy affronti l'argomento con il presidente cinese Hu Jintao, ospite il mese prossimo a Parigi.
Lo yuan è del resto da sempre osservato speciale dai governi dei paesi occidentali. La decisione di lasciarlo fluttuare liberamente è stata certo ben accolta, ma finora ha offerto risultati modesti. Basti pensare che nell'ultimo mese, nonostante il crollo del dollaro, la valuta di Pechino si è apprezzata nei confronti del biglietto verde soltanto del 2%. Un'inezia, se si pensa che nel medesimo periodo l'euro ha guadagnato quasi l'8% salendo fino a quota 1,3781 dollari di ieri, massimi degli ultimi 6 mesi.
Il risveglio dell'Euribor
Le avvisaglie si erano avute nei giorni precedenti, ieri però l'inversione di tendenza sui mercati monetari europei è stata evidente. I tassi Euribor hanno registrato bruschi rialzi come non accadeva da due anni: la scadenza a un mese è passata allo 0,704% dallo 0,625%, quella a 3 mesi allo 0,942% dallo 0,892%. Per entrambe si tratta dei massimi dal luglio 2009, ma a differenza del passato - quando all'apice della crisi finanziaria i tassi erano finiti fuori controllo - stavolta il rialzo è piuttosto un sintomo di ritrovata salute del sistema.
A provocarlo, infatti, è stata la drastica riduzione del ricorso degli istituti di credito ai finanziamenti che la Bce eroga attraverso aste periodiche. Un segnale, appunto, del fatto che nella media le banche europee hanno minor necessità di attingere al bancomat illimitato predisposto da Francoforte contro la crisi. E se le banche godono di miglior salute, la stessa Bce potrebbe presto rivedere la rete di salvataggio stesa a protezione del sistema, mettendo un freno a partire da gennaio al quantitativo illimitato di denaro messo a disposizione degli istituti di credito. Tutto questo porta gli operatori sui mercati a rivedere le posizioni e spinge al rialzo i tassi a breve, come si è visto ieri.
Stabilire se l'inversione di tendenza sia definitiva sarebbe però prematuro perché il sistema bancario europeo continua a viaggiare a due velocità: da una parte i grandi gruppi, che non hanno problemi a reperire liquidità; dall'altra le banche minori e quelle dei paesi «periferici», che invece faticano ancora a trovare finanziamenti. L'impressione è che anche queste ultime abbiano fatto passi in avanti, ma non esiste controprova e occorrerà attendere i dati pubblicati a metà mese dalle banche centrali nazionali per capire se gli istituti spagnoli e quelli portoghesi, per esempio, abbiano davvero ridotto la dipendenza dalla Bce. In caso affermativo si dovrà mettere in conto un ulteriore passo degli Euribor verso la normalizzazione. Un rialzo che però per il momento i mercati non credono possa essere brusco: i contratti future prevedono un Euribor a 3 mesi in risalita all'1,08% a fine anno e all'1,40% a dicembre 2011.
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02/10/2010