STRESS TEST SU 12 INDUSTRIE PER YUAN PIU' FORTE

STRESS TEST SU 12 INDUSTRIE PER YUAN PIU' FORTE

Pechino, 18 mar. - La Cina sta conducendo una serie di test su 12 diverse industrie per valutare i possibili effetti di un apprezzamento dello yuan sulle imprese: lo ha dichiarato oggi nel corso di una conferenza stampa il vicepresidente della China Chamber of International Commerce, Zhang Wei. Gli stress test organizzati dalla Camera coprono più di mille compagnie, attive in 12 diversi settori; secondo quanto riferito da Zhang le industrie che risulterebbero maggiormente penalizzate da un eventuale apprezzamento della divisa cinese sono quella meccanica e l'elettronica che, avendo firmato numerosi contratti di fornitura, riporterebbero ingenti perdite se il valore dello yuan aumentasse. "Il governo dovrebbe ritardare l'apprezzamento dello yuan – ha dichiarato Zhang Wei - per consentire un migliore recupero agli esportatori cinesi, duramente colpiti dalla recessione globale". I risultati della ricerca verranno resi noti prima del 27 aprile, ma per quella data potrebbe già essere troppo tardi:  i riflettori, infatti, sono tutti puntati sull'abituale rapporto semestrale che il Tesoro USA presenterà entro il 15 aprile prossimo, nel quale la Cina potrebbe essere esplicitamente accusata di manipolare la propria valuta. La polemica sullo yuan/renminbi è diventata sempre più accesa negli ultimi mesi: USA e Ue stanno esercitando crescenti pressioni sul Dragone per spingerlo ad un apprezzamento della divisa, ritenuta da più parti sottostimata e, in quanto tale, capace di fornire a Pechino un vantaggio sleale negli scambi internazionali. Lo yuan/renminbi è una valuta non convertibile che il governo cinese ha di fatto riancorato al dollaro nella primavera del 2008, alle prime avvisaglie della crisi, dopo un periodo in cui la moneta era stata libera di fluttuare all'interno però di parametri rigorosi e ben definiti. "Ci aspettiamo di vedere una maggiore flessibilità nel tasso di cambio" ha dichiarato oggi l'Ambasciatore americano Jon Huntsman, davanti a una platea composta  dagli studenti della Tsinghua, una delle università d'élite di Pechino. Barack Obama, nel febbraio scorso, era intervenuto in maniera molto ruvida sulla questione: "L'approccio che stiamo sostenendo- aveva dichiarato il presidente- è di agire molto più duramente sul rispetto delle regole già esistenti, esercitando una pressione costante sulla Cina e su altri paesi per ottenere una reciprocità nell'apertura dei mercati"; una posizione ribadita ancora la settimana scorsa, quando Obama aveva sostenuto che un apprezzamento dello yuan è "una delle chiavi per il riequilibrio dell'economia globale". "Alcune valute asiatiche sono sottovalutate, soprattutto il renminbi" ha dichiarato ieri il direttore generale del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Kahn davanti a una commissione del parlamento europeo. E mentre a Washington si intraprendono azioni bipartisan contro la moneta cinese - come la bozza firmata da senatori democratici e repubblicani che invita il governo ad aumentare ulteriormente le pressioni - a Pechino non si sta con le mani in mano; il premier Wen Jiabao ha ribadito più volte nel corso dell'ultima Assemblea Popolare Nazionale che lo yuan non è affatto sottostimato: "Le mosse di alcuni paesi per aumentare le proprie esportazioni sono comprensibili,- ha detto il premier- ciò che non capisco è quando queste nazioni svalutano la propria moneta e nello stesso tempo spingono per l'apprezzamento di altre valute. Ritengo che questo sia protezionismo". La Cina, insomma, non sembra affatto intenzionata a cedere alle pressioni internazionali, e argomenta che un improvviso aumento di valore della valuta avrebbe l'effetto di alimentare un massiccio afflusso di capitali speculativi dall'estero, la cosiddetta "hot money", capace di precipitare la nazione in una spirale inflattiva. La mossa della China Chamber of International Commerce può preludere a una posizione più morbida, o si tratta di una manovra per calmare le acque? Di sicuro, il prossimo aprile, potrebbe scoppiare una nuova tempesta tra le due sponde del Pacifico.