STOP DELLA CINA ALLA COCA COLA

STOP DELLA CINA ALLA COCA COLA

Stop della Cina alla Coca Cola, che tentava l'acquisizione del colosso dei succhi di frutta Haiyuan: il caso costituirà un precedente?  Quando mercoledì scorso il ministero del Commercio Estero di Pechino ha annunciato il suo "no" a quella che si presentava come la più grossa acquisizione di una compagnia cinese da parte di una multinazionale straniera- un affare da 2.4 miliardi di dollari- sono stati in molti a chiederselo. "L'acquisizione avrebbe avuto un impatto negativo sulla concorrenza- si legge sul sito del ministero- perché la compagnia straniera, in virtù della sua posizione dominante nel campo delle bibite analcoliche, avrebbe potuto alterare il mercato dei succhi di frutta, costringendo i consumatori ad accettare prezzi più alti e una minore gamma di scelta". Ma il punto centrale della decisione del MOFCOM (come  gli occidentali chiamano abitualmente il ministero) si può rintracciare nelle righe successive: "Una tale concentrazione nelle mani di un solo operatore avrebbe potuto strangolare i piccoli e medi produttori cinesi di succhi di frutta, con un impatto negativo sul mercato del nostro paese". Anche se non in maniera esplicita, insomma, le ragioni del MOFCOM possono essere rintracciate in alcuni articoli della nuova legge antitrust cinese, che si occupa anche di acquisizioni ed è entrata in vigore nell'agosto dell'anno scorso. L'articolo 7,  ad esempio, introduce il concetto- inedito per molti altri paesi- di "tutela dell'economia nazionale" da proteggere come "questione di sicurezza nazionale"; l'articolo 31 devolve la competenza di decisione ad altri organi dello stato in casi di "sicurezza nazionale". Entrambi spiegano la decisione tanto quanto l'articolo 28- l'unico citato- che  riguarda le "restrizioni alla concorrenza": il MOFCOM, insomma, ha di fatto presupposto un abuso di posizione dominante  prima ancora che Coca Cola lo esercitasse. Un abuso peraltro messo in atto da un operatore con una quota di mercato attorno al 20%, ben al di sotto degli standard introdotti in diverse nazioni. Siamo quindi di fronte a una forma di protezionismo? "In qualche modo il protezionismo è coinvolto - dice ad AgiChina24 l'avvocato Wang Yuan, esperto di antitrust dello studio Chiomenti di Pechino- perché una larga fetta dell'opinione pubblica cinese era contraria all'acquisizione di un brand nazionale così di successo da parte di una multinazionale straniera. Personalmente ritengo che il MOFCOM abbia gestito il caso in maniera trasparente e professionale, applicando la legge, per cui non si può parlare solo di protezionismo". Un'opinione, quest'ultima, condivisa dal professor  Sheng Jiemin della Peking University, tra gli estensori della nuova legge antitrust: "Il Mofcom ha passato 180 giorni a investigare sul caso e ha preso una decisione professionale, attenendosi alle norme". Da quando è in vigore la nuova legge al ministero sono stati sottoposti 40 casi, ma quello Coca Cola è il primo ad essere rigettato. "Ritengo che non sia un caso che stabilirà gli standard per il futuro –dice ancora l'avvocato Wang- , ma questo non significa che altri casi che coinvolgeranno acquisizioni straniere più modeste non possano essere bloccati: la clausola dell'interesse nazionale continuerà a pesare". La "sicurezza nazionale", insomma, è messa lì, nero su bianco, all'interno della norma antitrust.  La decisione del MOFCOM arriva in un momento particolarmente delicato, all'indomani dei richiami del premier Wen Jiabao contro il protezionismo: i politici che in Australia si oppongono all'acquisizione della Rio Tinto da parte del colosso Chinalco stanno già accusando Pechino di utilizzare due pesi e due misure.