Spie e miliardi le armi cinesi nella guerra del ferro

La pietra dello scandalo è grigia, con riflessi rossastri e talvolta con un luccichìo che ne denuncia la struttura microcristallina. È quel misto di ematite e magnetite che costituisce la gran parte del minerale di ferro estratto dai ricchissimi giacimenti di Pilbara, nell'Australia Occidentale, e destinato alle grandi acciaierie cinesi, giapponesi, coreane e di Taiwan.
Il minerale di ferro è uno dei prodotti di base più scambiati al mondo, uno dei più importanti per le linee marittime e rappresenta, come è ovvio, una forte componente dei costi per le aziende siderurgiche. Un settore tanto sensibile da aver improvvisamente e inopinatamente spalancato le porte delle galere di Shanghai ai quattro componenti della squadra alla quale il gruppo minerario anglo-australiano Rio Tinto aveva affidato le trattative con la China Iron and Steel Association.
Stern Hu, il capo del team, con passaporto australiano, pare sia stato accusato, insieme agli altri componenti dello staff, di aver carpito segreti di stato, una dizione che in Cina è applicata anche alle strategie delle grandi aziende, salvo essere spesso anticipate da indiscrezioni che vengono pubblicate anche sui notiziari a controllo governativo.
Rio Tinto è il secondo produttore di minerale di ferro dopo la brasiliana Vale. I suoi contratti di fornitura sono vitali per garantire profitti al gruppo minerario, ma anche per assicurare il materiale con cui alimentare gli impianti siderurgici cinesi. Questi, nel primo semestre 2009, hanno toccato il record: il dato ufficiale reso noto ieri parla di 266,6 milioni di tonnellate di acciaio, un quantitativo che di questi tempi vale la metà dell'intera produzione mondiale. È però ancora in alto mare la definizione del prezzo di riferimento per l'anno fiscale che è iniziato il 1° aprile. Nelle sei annate precedenti la vistosa escalation dei consumi e della produzione cinese di acciaio aveva innescato rincari altrettanto vistosi. Ma la fase di recessione dava i presupposti per una consistente riduzione.
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Giapponesi e coreani, dopo lunghe trattative, a fine maggio hanno accettato le proposte di Rio, che prevedono un calo del 33% per il minerale di qualità standard. La Cina invece ha insistito, e continua a farlo, per uno sconto non inferiore al 40 per cento.
Il denaro coinvolto non è da poco. La differenza di costo tra le due ipotesi, se la si applica a tutte le importazioni di Pechino, è nell'ordine dei due-tre miliardi di dollari. Sapere per quale cifra le società siderurgiche siano disposte a chiudere le trattative è evidentemente molto importante. Pagare per ottenere queste informazioni non è corretto, ma non si può affermare che sia inusuale.
L'arresto del 5 luglio ha allargato i toni della vicenda: «Non è nell'interesse dell'Australia interferire», è stato il commento affidato al portavoce del ministero cinese degli Esteri. Conciliante, ma ancora non risolutivo, l'atteggiamento di Stephen Smith, il ministro australiano degli Esteri, che giovedì ha incontrato il suo omologo cinese a Sharm el-Sheikh, per una riunione dei paesi non allineati. Allarmato il commento del segretario statunitense al Commercio, Gary Locke, secondo cui «c'è apprensione per le società che operano in quei luoghi e che inviano lì i loro emissari».
L'Opa Bhp su Rio
Gli sviluppi sono avvolti nell'incertezza, ma per districarli è forse opportuno partire da molto più lontano. La vicenda riguarda la Cina, la Rio Tinto e, alla lunga, anche il ferro. Nei primi mesi del 2008 era in corso una grande contesa tra Bhp Billiton e Rio Tinto, due gruppi "cugini", entrambi anglo-australiani, entrambi con attività minerarie diversificate (dal ferro al rame, dall'alluminio ai diamanti, dal carbone allo zinco). Bhp, numero uno del settore per fatturato e capitalizzazione, aveva appena lanciato un'opa ostile su Rio Tinto, che nella graduatoria mondiale occupava la terza posizione.
La fusione, tutta con scambio di azioni, nel momento di maggior fulgore della borsa valeva quasi 174 miliardi di dollari. A Tom Albanese, fresco amministratore delegato di Rio Tinto, l'offerta sembrava insoddisfacente e il ruolo di preda anche. Tanto che in vista dell'offensiva di Bhp si era affrettato nel 2007 a rilevare uno dei big dell'alluminio, la canadese Alcan, strappandola alle mire dell'americana Alcoa per una cifra spropositata, vicina a 44 miliardi di dollari.
Anche ai cinesi, però, un colosso Bhp-Rio non piaceva molto, perché avrebbe controllato più del 35% del mercato del minerale di ferro, sopravanzando l'altro gigante, la brasiliana Vale.
Il primo aiuto cinese
In soccorso di Rio Tinto, nel febbraio 2008, si lanciò la Chinalco, holding statale dell'alluminio. Questa, guidata da Xiao Yaqing, concordò con Albanese l'acquisto del 9% del gruppo per 14 miliardi di dollari (di cui una piccola parte fu conferita da Alcoa), un premio del 21% rispetto ai valori di mercato di quel momento. Si trattava della più importante acquisizione mai fatta all'estero da un gruppo cinese, tanto da attenuare i malumori che nel 2005 erano stati suscitati dallo sbarramento che Washington aveva messo in campo per evitare che passasse ai cinesi la società petrolifera Unocal.
Il secondo aiuto
La crisi dell'estate scorsa riportò i valori (e le ambizioni di tutti) a livelli molto più modesti. Soprattutto portò a Rio Tinto l'urgenza di un piano con cui far fronte a debiti per oltre 38 miliardi di dollari. Il contenimento dei costi e la cessione di asset (compresi alcuni di quelli rilevati con la Alcan) non potevano bastare. Chinalco si ripropose come cavaliere bianco: rilevò a caro prezzo la quota di Alcoa e poi, per 19,5 miliardi di dollari, si accordò per ottenere quote minoritarie nelle migliori miniere Rio e per salire al 18% nel gruppo anglo-australiano.
L'operazione non convinceva Jim Leng, che avrebbe dovuto sostituire Paul Skinner alla presidenza di Rio Tinto e che decise di dimettersi. Nella stessa posizione venne nominato un nome noto, Jan du Plessis, che era ai vertici di British Tobacco e che a partire dal 20 aprile scorso si impegnò per cercare sostenitori all'ipotesi di accordo con Chinalco.
Ma l'opposizione degli altri grandi azionisti, unita alle perplessità dell'intera Australia, ostacolarono il progetto. La ripresa dei mercati fece balenare migliori utili per le minerarie, oltre a facilitare il successo di un eventuale aumento di capitale. Successo che è giunto il mese scorso, dopo che Rio Tinto aveva sbattuto la porta in faccia al munifico "salvatore". Anche Chinalco ha sottoscritto la propria quota, rimanendo primo azionista con il 9%.
La beffa finale
Ma le delusioni non erano affatto finite per Xiong Weiping, che aveva ricevuto il testimone da Xiao Yaqing in tempi migliori, quando l'affare sembrava già in porto. Rio e Bhp, gli acerrimi nemici dell'anno prima, concordarono una parziale fusione delle attività nel minerale di ferro. Un accordo che deve ancora passare al vaglio dell'antitrust, ma che per Chinalco e per le imprese siderurgiche cinesi ha il sapore della beffa.
Era proprio ciò che da più di un anno avevano cercato di evitare, anche a colpi di miliardi di dollari. Uno sgarbo che non è stato cancellato finora nemmeno dal forbito mandarino parlato da Kevin Rudd, il biondo cinquantaduenne premier australiano, nato nel Queensland e laureato in lingua e letteratura cinese.
Roberto Capezzuoli
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La sfida dei cinquantenni
TOM ALBANESE
L'uomo del no a Bhp Billiton
Ceo di Rio Tinto. Tom Albanese, 52 anni, è amministratore delegato dal 2007 Tom Albanese, 52 anni a settembre, chief executive di Rio Tinto. Nominato nel 2007 e subito coinvolto in quello che potenzialmente sarebbe stato il più grande takeover minerario della storia, lanciato su Rio Tinto dal gruppo rivale Bhp Billiton. Il rilancio massimo dell'offerta Bhp, che prevede solo uno scambio azionario, è del febbraio 2008 e si avvicina a 174 miliardi di dollari. Albanese rifiuta il ruolo di "preda" e difende Rio Tinto con un'acquisizione costosa, quella della canadese Alcan, una delle regine dell'alluminio, pagata quasi 44 miliardi di dollari. Accoglie poi con soddisfazione l'investimento di Chinalco e Alcoa, che per 14 miliardi di dollari rilevano il 9% del gruppo. Infine, la crisi globale: la valutazione di entrambi i gruppi è abbattuta e lo scambio azionario finisce per valere non più di 66 miliardi di dollari, ma in autunno Bhp ritira l'offerta.
In Duplicity, il film diretto da Tony Gilroy, Clive Owen e Julia Roberts lavorano come spie industriali in due aziende concorrenti Nella polvere dell'outback. Camion di Rio Tinto in una miniera di ferro nel nord-est australiano



XIAO YAQING
L'esperto di alluminio
Ex numero uno di Chinalco. Xiao Yaqing, 50 anni, ha guidato la holding statale fino a febbraio Xiao Yaqing, 50 anni, artefice della duplice offerta di Chinalco, la holding statale dell'alluminio di cui è rimasto alla guida fino al febbraio scorso, quando viene nominato vice-segretario generale del Consiglio di stato cinese. Nel febbraio 2008 conclude la più grande acquisizione cinese all'estero: 12,8 miliardi di dollari che, uniti a 1,2 miliardi dell'americana Alcoa, portano al controllo del 9% di Rio Tinto. La valutazione supera del 21% i valori di borsa del momento. Cinque mesi fa cerca di portare la quota al 18% e di conquistare anche il 10-15% di alcuni "gioielli" minerari di Rio Tinto. Un affare da 19,5 miliardi di dollari, utili a Rio Tinto per pagare i debiti a breve. Chinalco rileva anche la quota di Alcoa, quella che un anno prima era stata pagata 1,2 miliardi: in febbraio il valore in borsa era di soli 300 milioni, ma Xiao concorda di pagare un miliardo.



XIONG WEIPING

Il condottiero del blitz fallito
Presidente di Chinalco. Xiong Weiping, 52 anni, da febbraio il nuovo numero uno
Xiong Weiping, 52 anni, a febbraio ha sostituito Xiao alla presidenza di Chinalco. Come il predecessore, ha studiato alla Central South University. Viene da Chalco, il numero uno dell'alluminio cinese, e nel 2007 ha guadagnato 769mila yuan. Fino al 27 maggio afferma: «L'affare con Rio Tinto è una nostra priorità». Dopo le barricate degli altri azionisti di Rio Tinto, contrari a permettere un aumento di capitale riservato al gruppo cinese, Xiong si limita a dirsi «contrariato», ma i quotidiani cinesi traducono i suoi commenti ufficiali in termini decisamente più bruschi. In giugno, quando Rio Tinto emette nuove azioni per rastrellare oltre 15 miliardi di dollari, Xiong partecipa all'aumento di capitale. Però Chinalco esce dal progetto per ampliare la raffineria di allumina a Yarwun, un piano che comportava investimenti per 1,8 miliardi di dollari.



JAN DU PLESSIS
Il supermanager sudafricano
Presidente di Rio Tinto. Jan du Plessis, 55 anni, è anche ai vertici di British American Tobacco
Jan du Plessis, 55 anni, sale alla presidenza di Rio Tinto il 20 aprile di quest'anno, mantenendo temporaneamente anche il suo incarico al vertice di Bat, il colosso del tabacco. Sudafricano, considerato nel 2006 da Times il decimo uomo d'affari più influente d'Inghilterra, la sua nomina è una sorpresa, maturata in seguito alle dimissioni di Jim Leng, 63 anni. Quest'ultimo, già vicepresidente del gruppo indiano Tata Steel, era destinato da mesi a sostituire il presidente Paul Skinner nella mineraria anglo-australiana. Però il piano che prevedeva il raddoppio della quota Chinalco non era gradito a Leng, tanto da farlo dimettere in febbraio, prima ancora di entrare pienamente in carica. Jan du Plessis in maggio ha più volte incontrato i grandi azionisti di Rio Tinto, in attesa che si pronunciasse anche il governo australiano. Il "no" degli azionisti ha bloccato il piano.

18/07/2009