Smaltimento dei metalli, Cina chiama il made in Italy

Tutto è iniziato a gennaio. Ispezioni a raffica, aziende sottosopra, mille fabbriche di batterie chiuse nella sola provincia dello Zhejiang. Ci voleva, visto che intere aree del Paese erano sotto scacco a causa dell'inquinamento delle acque e del suolo, con rischi enormi legati all'avvelenamento da piombo. Ma il futuro è tutto da costruire.
«Siamo ancora e sempre in allerta - dice da Yixing Ermanno Vitali, marketing manager della Faam, fabbrica di batterie industriali dello Jiangsu - perché la nostra è, per definizione, una lavorazione ad alto utilizzo di piombo inquinante». «Ma, una cosa è certa, - continua Vitali - se la Cina ha deciso di fare sul serio nello smaltimento di metalli non ferrosi tossici come il piombo, è anche vero che le stesse aziende cinesi non sanno a chi rivolgersi per smaltire rame, piombo e alluminio. Noi siamo a norma perché le tecnologie sono in linea con quelle occidentali, ma i nostri concorrenti cinesi fanno fatica ad adeguarsi».
«C'è pressione da parte del Governo cinese per la riconversione degli impianti - aggiunge Carmine Biello, ad di Merloni progetti - perché quelli adibiti al riciclo sono più tossici del materiale che devono smaltire. Bisogna insegnare ai cinesi come costruire le strutture per lo smaltimento. Noi abbiamo fatto così: nel cuore della Cina, a Chongquing, siamo andati a negoziare con la municipalità locale. Abbiamo portato a casa un contratto e, adesso, siamo all'opera proprio nel settore dello smaltimento di batterie esauste».
Oggi chi ha il know how nello smaltimento dei rifiuti industriali deve farsi avanti, perché la Cina offre enormi opportunità. Un aiuto viene dal ministero dell'Ambiente. «Ci sono investimenti enormi in questo campo - dice Corrado Clini, direttore generale - con obiettivi tracciati secondo un piano ben preciso che è stato reso noto dal Governo proprio a gennaio scorso (si veda l'info in pagina). Pochi ma significativi obiettivi che indicano un cambio di passo. Noi come Governo italiano abbiamo attivato oltre 200 progetti da 324 milioni di euro in totale proprio orientati a garantire la sostenibilità dell'ambiente in Cina».
Un ulteriore tassello per le imprese che vogliono affrontare la Cina s'è aggiunto solo da pochi giorni. I blitz in solitaria non sono consigliabili, meno che mai in questo settore ad altissimo valore aggiunto ma che sta anche molto a cuore al Governo di Pechino, disposto a finanziare le imprese che hanno le capacità richieste. Così la strada del consorzio diventa quella più giusta da imboccare.
Cmra (China non ferrous metal industry associaton) e Cobat, il consorzio per lo smaltimento dei rifiuti industriali, hanno siglato a Roma un accordo quadro che traccia i passi da fare per una collaborazione di sistema.
In pratica, le aziende con il know how adeguato potranno segnalare la loro disponibilità ad aderire al percorso già a partire dai prossimi mesi. A breve una delegazione di imprese partirà alla volta della Cina per aderire al protocollo anche a Pechino. È il momento di farsi avanti, la Cina ha bisogno soprattutto di competenze.
Quanto alle prospettive del business, su queste non c'è storia. «Lo smaltimento dei rifiuti - spiega Thomas Rosenthal, responsabile del CeSif della Fondazione Italia-Cina - fa della Cina la mecca di questo tipo di industria. Mi riferisco non solo al trattamento dei rifiuti urbani, per i quali si sono già fatti avanti colossi come Veolia e Richway, ma anche e soprattutto di quelli industriali. Questi ultimi, in particolare, hanno raggiunto la quota di oltre 2 miliardi di tonnellate nel 2010, con una crescita, sull'ultimo quinquennio, a due cifre: 11 per cento».
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I punti chiave del piano per il riciclo industriale

1.200
Sono le tonnellate di materiali non ferrosi, tra i quali spiccano per la precisione il rame, l'alluminio e il piombo, che il Governo di Pechino conta di riuscire a riciclare entro il 2015.
Il target, estremamente vincolante, è stato fissato all'interno del piano governativo per la promozione del riciclo dei materiali non ferrosi relativo a quinquennio 2010-2015

40%
Entro il 2015 il governo di Pechino ha deciso che le industrie del paese, soprattutto quelle ad altissimo tasso di inquinamento, devono riuscire a riciclare quasi la metà del rame e del piombo utilizzati nei processi produttivi.
Nel caso dell'alluminio, materiale considerato meno inquinante rispetto agli altri, il target percentuale fissato dalle previsioni di Governo scende al 30%.

10
Dieci milioni di tonnellate è la quantità annua di rame e alluminio riciclato che entro il 2015 dovrà essere riciclato dalle aziende più grandi consorziate.
Il governo di Pechino sta incentivando la creazione di cluster veri e propri dedicati allo smaltimento dei rifiuti industriali e in prima linea ha indicato le aziende di maggiori dimensioni equindi più inquinanti delle altre.

50 mila
Sono le tonnellate di piombo che le industrie cinesi devono riciclare ogni anno entro il 2015. L'avvelenamento da piombo delle acque di scarico e dei terreni intorno alle fabbriche soprattutto di batterie ha avuto una larga eco sui media cinesi. Ed è proprio il fenomeno che si vuol evitare d'ora in poi. Nello Zhejiiang, l'area a Sud Est della Cina tra le più avanzate è scattata la controffensiva delle ispezioni.

50%
È la quantità del totale di materiale da riciclare a carico delle dieci più grandi aziende cinesi alle quali viene addebitata la maggiore quantità di inquinamento industriale.
Il Governo con il piano di riciclo dei metalli non ferrosi lanciato lo scorso mese di gennaio ha messo in chiaro che è dai colossi che deve partire l'operazione di riciclo sistematico.

10
Sono una decina le aree critiche espressamente citate nel piano governativo, quelle per le quali saranno stanziati gli aiuti.
Per il rame vengono citati Zhejiang, Guangdong, Shandong, Tianjin e Jiangxi. Per l'alluminio, in primo piano ci sono ancora Guangdong e Zhejiang, Chongqing, Shanghai e Henan. Per il piombo, Henan, Shandong, Jiangsu e Hubei.

18/07/2011