Si allargano le proteste operaie in Cina

Un tempo era una città famosa per le porcellane. Ora sta diventando l'epicentro dei venti di cambiamento nell'economia cinese che complicano i piani industriali dei gruppi internazionali, tra segnali di tensioni sociali ma anche di un orientamento del governo di Pechino più favorevole alla promozione di un incremento del potere di acquisto dei lavoratori. Foshan, terza città della provincia del Guangdong, ha fatto notizia ieri in due direzioni apparentemente contraddittorie. Lo sciopero iniziato lunedì presso la Foshan Fengfu, fornitore della Honda, ha costretto l'azienda giapponese a tenere chiusi i suoi due impianti di assemblaggio della regione, rilanciando i timori di un effetto-domino sulle relazioni industriali nell'intera area costiera cinese, specialmente presso le joint venture partecipate da investitori esteri. La produzione di un'altra fabbrica di componentistica per la Honda, a Zhongshan, si è interrotta per le proteste dei lavoratori che chiedono salari più alti: sviluppi che hanno provocato un calo di quasi il 3% alla Borsa di Tokyo del titolo della Honda, che sembrava aver risolto i suoi problemi cinesi dopo aver concesso alcuni giorni fa un incremento del 24% delle retribuzioni ad altri dipendenti nella regione (ponendo fine a due settimane di scioperi a singhiozzo).
Proprio ieri, però, il numero uno della Volkswagen Martin Winterkorn ha firmato il contratto per la costruzione di un nuovo stabilimento a Foshan, il decimo in Cina: un investimento da 520 milioni di euro (oltre un miliardo in totale) per produrre 300mila vetture (anche per alcuni mercati del sud-est asiatico), con 4 mila dipendenti. «La Cina è diventata il maggior mercato per il gruppo Vw – ha dichiarato Winterkorn –. Con investimenti senza precedenti, intendiamo raddoppiare le nostre capacità in Cina a 3 milioni di veicoli l'anno entro il 2013-14». Si tratterà del primo impianto del gruppo tedesco nel sud della Cina, all'interno di un piano del valore totale di 6 miliardi di euro. La coincidenza tra il riesplodere degli scioperi e il contratto per la nuova maxifabbrica è casuale, ma lascia capire come – almeno nel settore delle quattro ruote – allarmismi eccessivi siano fuori luogo: i grandi costruttori di autoveicoli continueranno ad avere i fari puntati sulla Cina non perché luogo di produzione a costi bassi, ma come il mercato più promettente del globo per i suoi volumi e tassi di espansione. L'aumento del costo del lavoro, in questo quadro, appare scontato e accettabile. Più complicata è la situazione di altri settori manifatturieri che lavorano principalmente per l'export, con potenziali riflessi per il ruolo della Cina come fornitore globale di prodotti a prezzi bassi. Con il risveglio della conflittualità in fabbrica, la sensazione di un turning point del modello cinese e della sua attrattività come destinazione di investimenti sta diventando diffusa. In Giappone molti ritengono che la Honda sia diventata un target non casuale: la cavia di una nuova strategia nazionale. A parte il peso della storia tra i due paesi, le fabbriche Honda sulla costa cinese scontano il fatto che a volte la società abbia fatto a meno di partner locali o si appoggi troppo al management giapponese, divenendo un obiettivo ideale di risentimenti; senza contare che Honda è di per sé più "ricattabile" in quanto produce anche per le esportazioni.
Il quotidiano "Nikkei" ha enfatizzato un altro aspetto: Pechino starebbe considerando una strategia modellata sul famoso «Piano di Raddoppio del Reddito» varato dall'ex premier Hayato Ikeda agli inizi del boom economico nipponico del dopoguerra.
Il piano quinquennale che sarà rilasciato in autunno, potrebbe includere questo obiettivo (in 5 anni a partire dal 2011), in una logica di ampio respiro: il rialzo del potere d'acquisto dei lavoratori contribuirebbe a stimolare la domanda interna e a ridurre il gap tra ricchi e poveri, evitando l'esplosione di tensioni sociali concentrate intorno alle fabbriche. Ultimo esempio: nell'est del Paese, a Kunshan, una cinquantina di operai sono rimasti feriti alla Kok, azienda taiwanese di plastiche per auto, dopo l'intervento della polizia che cercava di impedire ai dipendenti in sciopero di manifestare.
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Foxconn
Il primo caso che ha attirato l'attenzione dei media internazionali è stato quello di Foxconn, il gigante dell'outsourcing di elettronica investito da una serie di suicidi. I lavoratori hanno denunciato i ritmi di lavoro e il clima irregimentato in azienda. La società ha reagito alzando del 30% gli stipendi
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Una catena di scioperi ha bloccato il lavoro nelle fabbriche che producono componenti per Honda. Una prima protesta è stata sedata con aumenti salariali, ma negli ultimi giorni un'altra fabbrica ha dovuto fermare la produzione
Scontri e feriti infine a Kunshan, nell'Est della Cina, durante le proteste dei lavoratori dell'azienda taiwanese Kok

10/06/2010