Shopping alimentare di Pechino

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Soia in Brasile, olio di palma in Indonesia, riso in Cambogia, zucchero in Australia, semi di rapa in Canada. La Cina sta diventando una consumatrice sempre più vorace di prodotti alimentari. E siccome ormai da tempo la produzione interna non basta più a soddisfare la crescente domanda, Pechino ha deciso di adottare la strategia utilizzata con successo negli ultimi anni per assicurarsi materie prime ed energia al costo più basso e nel modo più sicuro: comprare a suon di dollari le fonti di produzione nei Paesi all'origine.
L'ultimo blitz oltre frontiera è di qualche giorno fa: la Chongqing Grain Group, colosso pubblico del settore agroalimentare, ha speso oltre 2,5 miliardi di yuan (circa 270 milioni di euro) per acquistare 200mila ettari da destinare a coltivazioni di soia. «Oggi i cinesi sono gli unici al mondo in grado di fare operazioni di questa taglia e ciò, grazie anche al lavoro diplomatico svolto dal Governo negli ultimi anni, consente di strappare condizioni favorevoli, soprattutto nei Paesi emergenti», spiega il dirigente di una multinazionale del settore agroalimentare.
Fino a una decina di anni fa, la Cina era completamente autosufficiente sotto il profilo energetico. E fino a cinque anni fa lo è stata anche sul fronte delle principali materie prime. Ma poi la velocità supersonica dello sviluppo e del processo di modernizzazione ha rapidamente alterato l'equilibrio autarchico creato dal maoismo. Così, nel giro di pochi anni, la Cina da esportatrice netta di energia è diventata la principale acquirente di combustibili fossili nel pianeta.
Nell'agroalimentare si sta verificando un fenomeno analogo. L'urbanizzazione procede a un ritmo mai visto. Le terre coltivabili iniziano a scarseggiare, con il contributo di alluvioni e siccità. La produzione di grano, cereali e olii edibili si avvicina alla piena capacità. Milioni di cinesi hanno cambiato dieta, stravolgendo la struttura della domanda di beni alimentari.
Risultato: oggi la Cina è la principale importatrice planetaria di grano, semi di soia e olio di palma. Per soddisfare il suo appetito è costretta a guardare oltre frontiera: le risorse non mancano, la volontà politica nemmeno. Preoccupato di garantire la stabilità sociale del Paese, di questi tempi minacciata dall'aumento dell'inflazione (e in particolare del cibo), il Governo vuole scongiurare il rischio di una futura crisi alimentare. A tutti i costi.
Così, dopo averlo detto ai giganti petroliferi, ai colossi siderurgici e manifatturieri, ora lo dice anche ai grandi gruppi agroalimentari: "Go Global". Il che significa andate in giro per il mondo, internazionalizzate il business, realizzate profitti e, al tempo stesso, fate l'interesse supremo della nazione.
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IL CONTROLLO DELLE FONTI



«Go Global»
Chongqing Grain Group ha investito 2,5 miliardi di yuan (circa 270 milioni di euro) in Brasile per 200mila ettari di terreno da coltivare a soia
Julong Group ha speso 200 milioni di dollari in Indonesia per 20mila ettari di piantagioni di olio di palma.
Cofco Group sta trattando l'acquisizione di Tully Sugar, gruppo saccarifero australiano che interessa anche all'Americana Bunge
Un aiuto dalle riserve
Le risorse per acquisire le fonti di produzione alimentare non mancano: al 31 marzo la Cina custodiva 3.045 miliardi di dollari in riserve valutarie. Secondo Chen Jie, del Research Center for Rural Economy, la Cina non deve dunque affidarsi alle importazioni per soddisfare la propria domanda di grano, metterebbe a rischio la propria sicurezza energetica: «Meglio investire le riserve valutarie in progetti di sviluppo agricolo all'estero»

28/05/2011