Senza Wto non c'è crescita

di Renato Ruggiero
In questi giorni non c'è riunione internazionale che non si concluda con una vigorosa dichiarazione in cui tutti i partecipanti s'impegnano a lottare contro il protezionismo e a concludere positivamente il Doha Round, il negoziato sul commercio multilaterale iniziato sette anni fa. Al contempo, tra le parole e i fatti c'è di mezzo una distanza notevole.
Tra poco si terrà all'Aquila il G-8 con all'ordine del giorno il commercio, e pertanto il Doha Round. Il governo italiano che presiede il vertice è sicuramente determinato a ottenere progressi significativi. Non sarà facile perché in materia non esiste ancora un consenso chiaro. In particolare, la nuova amministrazione statunitense non sembra aver chiarito tutte le questioni che sono oggetto del dibattito politico interno. Il presidente Obama ha previsto, sul tema della sua politica commerciale, un discorso importante: è arrivato il momento di presentare la sua politica. La situazione del commercio internazionale è molto preoccupante.
La Wto prevede attualmente che il commercio globale, uno dei massimi pilastri dell'economia mondiale, calerà quest'anno del 9%, diffondendo ulteriore fragilità economica nel mondo. Negli ultimi due trimestri, il commercio è diminuito del 24%, quattro volte più velocemente della produzione mondiale (meno 6%).
Il protezionismo, richiesto anche dall'opinione pubblica, è in ascesa e rappresenta una minaccia seria. Le nuove misure protezioniste decise dalla Cina segnalano quanto sarebbe pericoloso asternersi dall'intervenire. C'è stato un declino sostanziale del sostegno politico alla globalizzazione.
Eppure è evidente che per riparare e migliorare l'economia mondiale, il libero mercato resta un fattore indispensabile. La Banca mondiale stima in circa 200 miliardi di dollari il contributo all'economia di una conclusione positiva del Doha Round.
Ma abbiamo bisogno di una nuova visione. I problemi da affrontare non sono soltanto tecnici, né riguardano soltanto il commercio. In effetti hanno molto spesso risvolti globali, politici e istituzionali, perciò è così arduo da risolvere quel 20% di questioni ancora in discussione nel Doha Round.
Si pensi, per esempio, ai complessi rapporti commerciali tra Stati Uniti e Cina. Sono fortemente legati a un enorme squilibrio valutario che ha importanti implicazioni, la Cina potrebbe dover cambiare modello economico, o gli Usa ridurre il deficit fiscale. Inoltre, l'agenda mondiale odierna comprende altre questioni decisamente legate al commercio, come il controllo del riscaldamento climatico. In questo caso, è risaputo che servono nuove regole commerciali che tengano conto delle misure per mitigarne gli effetti e salvaguardino i valori fondamentali del sistema commerciale.
Inoltre viviamo in un mondo molto diverso rispetto a quello dell'ultimo dopoguerra, quando abbiamo creato le istituzioni internazionali che abbiamo tuttora, e il sistema del commercio multilaterale basato sul principio della clausola della nazione più favorita.
Oggi la situazione è completamente diversa. Raggiungere un consenso tra tutti i partner vecchi e nuovi - più di 150 paesi - come nel caso del Doha Round, sta diventando un vero e proprio incubo.
Attualmente, c'è la tendenza a negoziare un numero crescente di accordi bilaterali o regionali, tra un numero limitato di partner. È più facile e rapido concentrare le trattative su pochi temi d'interesse concreto per i partecipanti, e lasciare quelli meno attraenti ai negoziati multilaterali. Ma per la diffusione di accordi preferenziali regionali, l'aspetto più rilevante e negativo è la sua crescente dimensione politica.
Siamo sinceri, l'importanza crescente della dimensione politica e l'aumento degli accordi preferenziali bilaterali e regionali stanno cambiando profondamente il sistema commerciale. In realtà, tali accordi non sono più un'eccezione al sistema multilaterale, lo stanno quasi sostituendo. Abbiamo ora 438 aree preferenziali regionali, di cui 247 sono attualmente in vigore e che coprono la totalità di tutte le materie commerciali, con una singola eccezione: la Mongolia!
Le conseguenze sono chiare. Stiamo andando verso una frammentazione delle aree commerciali, con contenuti e regole diverse. Non esiste una soluzione facile e pronta ai problemi che la Wto sta ora affrontando, ma dovrebbe essere possibile concentrare l'attenzione su alcuni punti salienti.
Il primo di questo dovrebbe essere la conclusione del Doha Round. Il sistema del commercio multilaterale non avrà credibilità finché non è dimostrato che siamo in grado di concordare una conclusione realistica del Doha Round.
Il secondo punto dovrebbe essere la creazione di un meccanismo per una "multilateralizzazione" graduale di tutti gli accordi preferenziali esistenti. È un'idea già dibattuta in maniera informale, ma non ancora all'ordine del giorno dei negoziati. L'obiettivo sarebbe un meccanismo per armonizzare e coordinare progressivamente gli accordi preferenziali regionali con il sistema multilaterale e le sue regole. In altri termini, l'ambizione sarebbe di creare una nuova alleanza tra i due sistemi, tenuto conto del fatto che in alcuni casi anche il regionalismo è stato molto positivo per l'economia mondiale, e per promuovere il progresso, l'ordine e la pace. Lo è stato sicuramente nel caso della costruzione europea.
Dovrebbe essere possibile altresì utilizzare di più gli accordi plurilaterali come si è fatto per la liberalizzazione delle tlc; si tratta di uno strumento utile che consente di dare una maggiore flessibilità alle trattative. La creazione di tale meccanismo dovrebbe essere un elemento portante di un insieme di misure, se siamo multeralisti sul serio, come ha detto chiaramente Pascal Lamy nell'eccellente discorso tenuto in occasione della sua rinomina.
Il terzo punto importantissimo sarebbe un accordo su un ordine del giorno allargato, che includa alcune questioni collegate al commercio anche se oggi sono esterne al sistema commerciale. Il cambiamento climatico è sicuramente la grande priorità, in considerazione della conferenza di Copenaghen e delle sue connessioni con le regole del commercio. Altri punti al futuro ordine del giorno potrebbero essere l'energia, la sicurezza alimentare, il lavoro, la competizione e gli investimenti.
In politica non bisogna mai dire "mai", ma per citare Jean Monnet quando a Bruxelles doveva occuparsi di spinosissimi problemi riguardanti la costruzione europea, «abbiate fiducia, avete l'alleato più potente di tutti: la necessità». Nell'affrontare le sfide di oggi, mi sembra che la "necessità" sia l'elemento più importante nella speranza di costruire un nuovo sistema globale e di dare forma a un nuovo ordine mondiale.
L'autore è stato direttore generale della Wto

26/06/2009