Senza nuove regole sarà caos

di Lamberto Dini *

Con una presa di posizione inattesa, la scorsa settimana il governatore della Banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, ha chiesto una vasta riforma del sistema monetario internazionale che conduca alla sostituzione del dollaro come principale moneta di riserva. La prima risposta del segretario del Tesoro americano è apparsa possibilista; la quotazione del dollaro ne ha risentito, tanto che egli stesso è stato subito dopo costretto a riaffermare il ruolo del dollaro. Ma di per sé la prima risposta di Geithner conferma che il problema esiste; ed è un problema che finirà per trovare la propria soluzione. Bene se la soluzione sarà costituita da un nuovo ordine internazionale. Male se la soluzione sarà lasciata alle scelte dei singoli mercati e dei singoli Paesi. Poiché in questo caso si potranno produrre danni collaterali molto rilevanti.
In un articolo apparso sul Sole 24 Ore il 9 novembre scorso («Per Usa e Cina l'ora di nuove regole globali») avevo già messo l'accento sulla assoluta necessità che si ponga rimedio alla situazione di disequilibrio macroeconomico che è fra le cause della crisi in corso. Abbiamo oggi un sistema che è capace di costringere al riequilibrio le economie piccole che registrano disavanzi della bilancia dei pagamenti. Ma nulla può nel caso in cui i disavanzi siano registrati da un'economia grande, in particolare nulla può nei confronti dei disavanzi degli Stati Uniti, poiché essi producono la moneta di riserva internazionale. E l'attuale sistema di regole nulla può nei confronti di un'economia in avanzo, che può senza ostacoli continuare ad accumulare riserve, introducendo un forte potenziale di instabilità nel sistema.
L'inusitata iniziativa cinese è stata determinata anzitutto dai timori di un ulteriore indebolimento del dollaro, moneta nella quale la Cina ha investito circa i due terzi delle sue immense riserve valutarie. Timori a loro volta legati alla forte espansione monetaria in atto e a quella ulteriore annunciata negli Stati Uniti (si veda l'articolo di Alessandrini e Fratianni apparso su questo giornale giovedì 26 marzo). E timori legati a un bilancio pubblico statunitense che si avvia verso un deficit gigantesco, senza che gli annunci di rientro futuro siano sostenuti da misure credibili ed efficaci. Inevitabilmente politiche tanto espansive lasciano prevedere una stagione di ripresa dell'inflazione e di progressiva svalutazione del dollaro. Con gravi danni patrimoniali per chi possiede molti dollari, a partire appunto dalla Cina. Probabilmente hanno inciso sulla posizione cinese anche prime avvisaglie di politiche che, fuor da diplomatici eufemismi, possiamo cominciare a chiamare di svalutazione competitiva della propria moneta. In questa direzione vanno lette le decisioni delle autorità monetarie inglesi, svizzere e svedesi. Degli Usa si è già detto.
Il tutto avviene mentre il commercio mondiale subisce una contrazione che ha pochi precedenti: nell'anno in corso, secondo le più recenti previsioni della Wto, la riduzione sarà del 9 per cento. E ciascuno corre ai ripari: chi può, appunto, favorendo una svalutazione della moneta; un po' tutti avviando politiche più o meno velatamente protezionistiche. Non stupisce che tutto ciò spaventi i cinesi, cioè coloro che in questi ultimi lustri più di ogni altro hanno tratto giovamento dalla liberalizzazione degli scambi e dall'espansione del commercio internazionale.
È ora essenziale che il G-20 di Londra affronti il problema riconoscendo la necessità di istituire in tempi ragionevoli un nuovo sistema di regole. Regole capaci di costringere gli Usa a disegnare un percorso credibile che riporti in tempi ragionevoli verso il riequilibrio la loro bilancia dei pagamenti e il loro bilancio pubblico, e che porti la Fed a riassorbire l'eccesso di dollari. E regole capaci di costringere i Paesi in avanzo a riequilibrare a loro volta la propria bilancia dei pagamenti, anche consentendo una graduale rivalutazione della propria moneta.
L'alternativa è molto peggiore. In assenza di un accordo su nuove regole, ogni Paese reagirà come potrà. E tutti finiranno per subire danni. In vista di un dollaro debole, ciascuno tenterà di diversificare le proprie riserve valutarie; condotta senza ordine, questa diversificazione produrrà forti oscillazioni nel cambio delle valute, con gravi effetti di instabilità. Chi potrà userà in modo più spregiudicato la via della svalutazione competitiva, ma le svalutazioni generalizzate finiscono per danneggiare tutti, via aumento dell'inflazione, senza che nessuno se ne possa giovare al di là del brevissimo termine. I Paesi dell'euro, ai quali lo statuto della Bce interdice la via della svalutazione competitiva, vedranno finire in seria difficoltà una parte rilevante del proprio apparato produttivo. Infine, molti proveranno a difendersi dalla caduta delle proprie esportazioni accentuando le scelte protezionistiche. Con il risultato di deprimere il benessere e la crescita globali.
La comunità internazionale si trova di fronte a un classico "dilemma del prigioniero". La scelta cooperativa - quella che porta a un nuovo sistema concordato, ordinato e credibile di regole - è di gran lunga quella migliore per tutti e per ciascuno. Ma c'è il rischio che prevalgano invece scelte non coordinate in cui ciascuno, nella speranza di scaricare le difficoltà del momento sul proprio vicino, peggiora le condizioni di tutti, sé compreso. A Londra vedremo se la comunità internazionale ha la forza e la lungimiranza necessarie per evitare lo scenario peggiore.
* Senatore Pdl, presidente della commissone Esteri
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02/04/2009