Se la rete fa l'export

di Marco Mancini
Giovanni Battaglin da Marostica (Vicenza), campione di ciclismo classe 1951, non ha mai smesso di pedalare. Perché il produttore di biciclette ha iniziato a farlo un anno dopo aver raggiunto il culmine della carriera con il trionfo alla Vuelta di Spagna e al Giro d'Italia del 1981. Da settembre 2007 ha cambiato strategia per scalare le montagne che gli riserva la vita da imprenditore, passando alla vendita solo online (o in fabbrica). «Siamo soddisfatti di questa scelta – dice – Il pagamento è anticipato o con finanziamento, non abbiamo più il problema insoluti».
Battaglin, in azienda una ventina di persone in tutto, lavora nel distretto veneto della bici. L'estero (dove la vendita online passa per i distributori) pesa per il 30% dei ricavi. La scelta del web, idea del figlio Alessandro, per il presidente della Federazione distretti italiani, Valter Taranzano, è uno dei due fenomeni emergenti per chi vuole arrivare là dove la crescita c'è e quindi in mercati più lontani dei tradizionali. L'altra strada è mettersi insieme «per fare massa critica». E di vie di rilancio per il sistema Italia si parlerà al summit sul made in Italy del Sole 24 Ore da oggi a Milano, in coincidenza con l'uscita di questo rapporto che tenta di cogliere alcuni segnali che arrivano dai mercati esteri.
Una ripresa piccola piccola
"Rete", nel doppio significato di aggregazione di pmi e di internet, può essere una parola chiave del made in Italy post-crisi? Forse. Intanto il presente fa i conti con una ripresa piccola piccola, che non compensa i danni del 2009. A gennaio, se non fosse stato proprio per quei mercati lontani, le esportazioni non avrebbero raccolto neanche uno striminzito +1% su base annua. Con una crescita del 4,7% (+2,3% la stima per febbraio) l'export nei paesi extra-Ue fa invertire rotta dopo 15 mesi di flessioni, mentre nei paesi Ue c'è ancora il segno meno (-1,4%). E questo dopo un 2009 in cui le esportazioni hanno perso oltre un quinto in valore: circa 79 miliardi.
Per Sace l'export italiano crescerà del 3,4% nel 2010 e del 7,4% nel 2011. Basterà? Gli economisti del monitor dei distretti di Intesa San Paolo, di fronte al -22% delle esportazioni distrettuali, dicono che «nella migliore delle ipotesi solo un terzo delle perdite accusate nel 2009 potrà essere riassorbito nel 2010». Secondo Taranzano potrebbero servire quattro, cinque anni per tornare ai volumi pre-crisi. E questo con ripercussioni immediate. «Le aziende – spiega – si sono rese conto che devono tarare il loro break even su un 20-30% in meno. Ciò inevitabilmente porterà a problemi occupazionali».
Imprenditori nel guado
«Io vedo un 2010 difficilissimo. Guardando i carichi a inizio anno c'è un profondo rosso dal punto di vista del backlog» dice il presidente dell'associazione Energia di Anie Claudio Andrea Gemme, che confida nel fotovoltaico. Per il presidente di Ucimu-sistemi per produrre (macchine utensili) Giancarlo Losma «l'anno scorso è stato il peggiore della nostra storia. I primi due mesi 2010 mostrano deboli segnali di ripresa, più sul mercato estero che su quello interno». «Noi i segnali di ripresa non li stiamo vedendo – afferma il presidente di Federlegno-arredo Rosario Messina, deluso dall'ultimo decreto incentivi –. Abbiamo avuto un +2% di raccolta ordini a gennaio, febbraio piatto, ma c'è un dato drammatico: la cassa integrazione è aumentata dell'8,5% a gennaio e del 9,4% a febbraio».
I mercati che «tirano»
Parlando con gli imprenditori la sensazione prevalente è di essere ancora dentro una battaglia per la sopravvivenza e la "ripartenza". «Se non riusciamo a fare aumentare le nostre esportazioni non crescerà nemmeno il pil» dice il vice ministro allo Sviluppo economico Adolfo Urso. E aggiunge: «Stiamo lavorando con Sace, Cassa depositi e prestiti e Simest per migliorare l'offerta sul piano finanziario, creditizio e assicurativo».
Ma come si torna a correre? E soprattutto verso dove? «L'area che trainerà la ripresa è quella asiatica» osserva Alessandro Terzulli, senior economist Sace, che parla anche di Indonesia oltre che di Cina e India. Senza dimenticare l'America latina e in particolare il Brasile. «Basti pensare – dice Terzulli – all'esigenza di sviluppo infrastrutturale in vista dei Mondiali di calcio 2014 e delle Olimpiadi 2016». «Oltre a Cina, India e Brasile si spera nel risveglio della Russia – sottolinea per il proprio settore il segretario generale di Federmacchine Alfredo Mariotti – Ovviamente aumentare di un punto percentuale in Germania è meglio che farne 10 in più in Cina perché si parte da cifre diverse». «Per l'agroalimentare io vedo molto bene gli Usa» dice l'economista Alberto Quadrio Curzio, che nel post-crisi giudica ancora cruciali per il made in Italy qualità e innovazione, ma anche gli accorpamenti di aziende.
«Fare massa critica»
«Occorre la dimensione d'impresa – dice Quadrio Curzio –. I distretti ci salveranno nella misura in cui al centro di un distretto ci sono una o più aziende del quarto capitalismo, che costituiscono i nodi delle reti». E la crescita dimensionale resta nel mirino del made in Italy "nascosto" delle macchine utensili, universo di pmi che esporta il 55-60% del prodotto. «L'Ucimu – dice Losma – sta portando avanti il concetto di aggregazione tra aziende, aggregazione a livello societario ma anche per obiettivi». Taranzano torna a parlare di distretti. «Il distretto ha una sua valenza che sta nel riuscire a fare accordi anche informali e a collaborare. L'export è aumentato nei paesi emergenti, vuol dire che sistema manifatturiero e distretti si sono spostati laggiù e che si sono evoluti per far fronte a questa nuova esigenza. L'aggregazione è fondamentale». E per il presidente dell'Ice Umberto Vattani il made in Italy resta «un brand internazionale molto apprezzato» e che «si è ampliato nella sua capacità di raggiungere nuovi consumatori».
I messaggi di internet
Rete come aggregazione di imprese, rete come internet. Secondo stime di Netcomm-Politecnico di Milano le vendite all'estero dei siti di e-commerce italiani (turismo incluso) nel 2009 sono aumentate del 9%, sfiorando i 950 milioni. Cifre ancora poco pesanti, ma segnalano una tendenza. Così come le indicazioni che arrivano da aziende che operano sul web.
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Olio Carli (alimentari e cosmetici) calcola nei primi tre mesi 2010 una forte crescita di vendite online all'estero; Mandarina Duck (pelletteria e accessori) dichiara un +35% tendenziale delle vendite online nel primo bimestre dell'anno; nello stesso periodo Buyvip (abbigliamento, cosmetici, prodotti casa ed elettronica di consumo) ha sfiorato i 4 milioni di vendite online, due volte e mezzo rispetto allo stesso periodo 2009. Aziende in crescita su internet e che utilizzano anche twitter o facebook.
«Senza il web il made in Italy non va da nessuna parte» dice il presidente di Netcomm (consorzio del commercio elettronico italiano) Roberto Liscia, che per le vendite online in questi primi mesi dell'anno stima un +20% tendenziale. «Il web permette di aggredire mercati dove non c'è la rete commerciale» spiega Liscia, che aggiunge: «Nel mondo ci sono oggi 1,5 miliardi di individui connessi. Per l'80% queste persone prima di comprare in un punto vendita fisico si informano sul web, che quindi non è solo un canale di vendita ma anche di marketing e comunicazione per il pre-acquisto». Così come «social network, blog e forum stanno sempre più diventando piazze di influenza e di partecipazione al processo di acquisto». Liscia calcola che nell'arco di 8-10 anni le vendite sul web possano diventare il 10% del l'export di made in Italy. «Cifra cauta» dice, stante le tendenze in atto, tra cui lo sviluppo del mobile commerce. Prepariamoci al made in Italy del terzo millennio.
Marco Mancini
marco.mancini@ilsole24ore.com
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30/03/2010