Se la Cina non è più low cost

La Foxcomm che a Yantai alza i salari del 30% e paga gli arretrati ai dipendenti, gli operai della Honda di Foshan che scioperano per ottenere aumenti (e li ottengono) sono segnali di un film di cui, per ora, abbiamo solo il titolo di testa. Che più o meno suona così: si chiude l'era della Cina low cost. L'epoca del costo del lavoro da Ottocento inglese, del moderno esercito di riserva, del sindacato di regime (quando c'è). Lo stato nascente del capitalismo, che in quel continente ha significato per l'Occidente delocalizzazioni a basso costo e diritti vuoto a perdere, lascia il posto alle dinamiche che hanno fatto la storia nel nostro Novecento. Per le nostre economie, e per un mercato globale davvero maturo, tutto questo è solo un vantaggio. Un costo del lavoro più alto aumenta il potere d'acquisto dei ceti medi cinesi, significa aree di sbocco oltre che di produzione, più strade per l'export del made in Italy. Il guadagno sul breve derivante dal dumping dei costi si trasforma oggi in un vantaggio di sistema. In un capitalismo più largo che va verso regole più uniformi. Verso una concorrenza più vera in cui vince chi ha più qualità da vendere.

06/06/2010