Se il made in Italy fa breccia in Cina

Nella clamorosa vicenda del marchio (falso)italo e (vero)cinese della Da Vinci ci sono un paio di buone notizie. In estrema sintesi: la cinese Da Vinci produce i suoi mobili a Shenzen, li esporta in Italia e li reimporta in Cina spacciandoli come made in Italy. Mobili di qualità talmente scadente che gli acquirenti cinesi denunciano alle autorità di Pechino la Da Vinci per i guasti, il cattivo odore emanato dalle vernici, i materiali usati (compensato e truciolato invece del legno pregiato promesso). La prima buona notizia è che le autorità cinesi sono intervenute: non si possono buggerare i consumatori spacciando per made in Italy ciò che è made in China, non si può vendere ciarpame spacciandolo per qualità. La seconda buona notizia è che il made in Italy – in questo caso del mobile ma in futuro la cosa potrebbe riguardare l'abbigliamento, la meccanica, le ceramiche – è riconosciuto come benchmark di qualità. Ora spetta alle autorità italiane e internazionali tutelare i prodotti made in: Italia, Francia o Germania non fa differenza. È essenziale che il valore aggiunto della provenienza e della qualità venga tutelato. La vicenda Da Vinci potrebbe essere un importante apripista.

12/07/2011