Scambi più liberi tra Cina e Taiwan

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Cina e Taiwan sono sempre più vicine. Martedì prossimo le due vecchie nemiche firmeranno un accordo commerciale destinato a mettere il turbo agli scambi tra Pechino e Taipei, che oggi ammontano complessivamente a circa 100 miliardi di dollari l'anno.
In base alle intese già ratificate dai rispettivi governi, i due paesi (ma guai a chiamarli così, perché per la nomenklatura pechinese di Cina ce n'è una sola) taglieranno le tariffe doganali su circa 800 prodotti. Inoltre, alcuni settori off-limits su entrambe le sponde dello stretto - come, per esempio, i servizi e la finanza - verranno se non proprio aperti almeno dischiusi alla concorrenza reciproca.
Dopo l'apertura dei collegamenti diretti navali e aerei decisi nel 2008, l'accordo tariffario rappresenta un'altra tappa storica nel processo di riconciliazione tra le due anime - quella comunista e quella nazionalista - di un paese diviso dal 1949, quando la vittoria delle armate maoiste nella sanguinosa guerra civile costrinse i fedelissimi del generale Chiang Kai-shek a riparare sull'isola di Formosa, dove costituirono la cosiddetta Cina Nazionalista.
Per conferire un significato simbolico alla stretta di mano sulle tariffe, il patto commerciale tra Cina e Taiwan sarà firmato il 29 giugno a Chongqing, la grande città dell'ovest che durante la Seconda guerra mondiale fu promossa per un breve periodo al rango di capitale, diventando la roccaforte della resistenza del governo nazionalista contro gli invasori giapponesi.
Secondo quanto riferito ieri dal premier taiwanese, Wu Den-yih, l'accordo prevede l'abbattimento dei dazi doganali su 539 prodotti taiwanesi in ingresso sul mercato cinese, e di 267 beni made in China in ingresso su quello di Formosa. Sulla carta, dunque, a beneficiare di più del colpo di scure tariffario sarà Taiwan. Sempre stando alle indiscrezioni fornite da Wu, l'azzeramento dei dazi sulle esportazioni taiwanesi verso la Cina vale 13,8 miliardi di dollari, mentre quello cinese è stimabile nell'ordine di 2,9 miliardi di dollari.
Al di là delle cifre, l'accordo ha un valore economico-strategico altissimo per Taipei perché aprirà le porte del gigantesco mercato domestico cinese alla penetrazione di un vastissimo numero di prodotti made in Taiwan: dalla petrolchimica ai macchinari, dagli strumenti medicali alla componentistica auto, dalle biciclette al tessile.
Ma se Taipei è la vincente sul piano economico, Pechino è la vincente su quello politico. L'accordo tariffario, infatti, consente alla Cina di stringere ulteriormente la morsa sull'isola dirimpettaia che, a sessant'anni dalla fine della guerra civile e dal trionfo della rivoluzione maoista, considera ancora una "provincia ribelle". La creazione graduale di un grande mercato unico rappresenta un passo cruciale nel processo di riunificazione tanto agognato dalla Cina. E tanto contrastato dalle forze di opposizione di matrice secessionista taiwanesi, che in questi giorni hanno protestato veementemente contro l'intesa tariffaria definendola l'ennesimo abbraccio mortale del comunismo totalitarista cinese alla libertà di Formosa.
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25/06/2010