Sarà difficile scalare la Cina

di Giorgio Barba Navaretti
Limone, tè, fragola, miele. Se volete vendere un dentifricio in Cina, scordatevi la banalissima menta. Vincere il cuore dei consumatori emergenti è terribilmente difficile. Chi vuole prendere il traino della ritrovata locomotiva della crescita post (speriamo) crisi, farà bene a cimentarsi rapidamente in adeguate arti di persuasione. L'aumento delle esportazioni verso questi lontani mercati è la chiave per il rilancio del sistema produttivo europeo e americano. Certo non una novità. Ma questo processo passa per nodi complessi che combinano i gusti sul dentifricio con la dinamica dei tassi di cambio e la penetrazione commerciale senza freni della Cina in Africa. Un bel potpourri che si riduce a una banalissima constatazione: ovunque ci porti la locomotiva emergente, per le nostre imprese essere competitive laggiù non sarà certo facile. Vediamo perché.
Il Pil cinese è previsto crescere del 9% nel terzo trimestre dell'anno e, dato particolarmente significativo, le importazioni stanno aumentando più delle esportazioni. Il saldo delle partite correnti è sceso del 25% nel corso dei primi nove mesi dell'anno, passando dal 10 al 5% del Pil. Le indicazioni di aggiustamento di questa componente degli squilibri globali spiega in parte perché il governo americano si sia espresso recentemente con estrema cautela relativamente alla sottovalutazione del renimbi, la valuta cinese. L'amministrazione Obama ha dichiarato che il tasso di cambio continua a essere sottovalutato ma non si è spinta a definirlo "manipolato".
Se la diplomazia globale concede alla Cina spazio per mantenere il cambio ancorato al dollaro e artificialmente sottovalutato, questa non è certo una buona notizia per gli esportatori europei, alle prese con il super euro. Infatti, le esportazioni dal Vecchio continente verso paesi al di fuori della Ue sono calate di ben 5,8 punti percentuali in agosto, tra l'altro in inversione di tendenza rispetto alla crescita di luglio. Dunque, l'aumento delle importazioni cinesi, al momento non pare ancora beneficiare le nostre imprese. Piuttosto favorisce gli americani con il dollaro debole, e gli altri paesi asiatici, che comunque hanno una forte presenza produttiva in Cina e tassi di cambio meno forti.
Dallo yuan all'Africa: il Kenya sta negoziando con la Cina la costruzione di un porto per molti miliardi di dollari lungo le tranquille coste del magnifico centro turistico di Lamu. Ma il turismo ha poco a che fare con questo investimento. Il porto sarà il terminale di un corridoio di trasporto marittimo verso l'Asia per il petrolio estratto in Sudan. Questo è solo un piccolo nuovo passo nella politica estremamente aggressiva che il paese asiatico sta perseguendo in tutti i paesi africani per controllare la produzione di materie prime. È oggi il secondo partner commerciale dell'Africa dopo gli Stati Uniti e cerca spazi con determinazione senza preoccuparsi di trattare con leader sanguinari e corrotti, e cercando di prendersi quote di mercato prima controllate dagli europei e dagli americani. Al punto che il Ghana, uno dei pochi campioni della traballante democrazia africana, scelto da Obama per la sua prima visita da presidente a Sud del Sahara, sta valutando se spostare i diritti di sfruttamento del nuovo immenso giacimento Jubilee dalla Exxon alla Cnooc, la compagnia petrolifera dello stato cinese.
Ora, la presenza in Africa dei cinesi e il loro attivismo sul mercato delle commodity ha, tra l'altro, l'effetto di spingere nuovamente al rialzo i prezzi di materie prime fondamentali anche per la nostra industria, come il petrolio o l'acciaio.
Infine, terza ragione di difficoltà per i nostri esportatori, la Cina non ha un business environment particolarmente amichevole. Oltre ai gusti complessi dei consumatori (vedi gli stravaganti aromi di dentifricio), le imprese, sia che esportino sia che producano localmente, si devono continuamente confrontare con ostacoli, come scarsa protezione dei diritti di proprietà intellettuale, regole spesso conflittuali e poco chiare, una burocrazia opaca e arbitraria. Ne consegue che le importazioni di Pechino da America ed Europa non sono aumentate nell'ultimo anno e sono ferme a circa il 7% del totale. E la Cina rappresenta non più del 2% delle vendite globali di giganti multinazionali come Pfizer o Bayer e meno del 5% per la Procter & Gamble.
In sostanza, la locomotiva dei paesi emergenti non propone certo una corsa facile e a basso costo. Crescere in Cina e in molti di quei paesi è molto difficile e richiede investimenti ingenti. Perciò questa è una strada aperta solo per le nostre imprese più forti e non certo un buon campo di battaglia per le piccole. Fare il dentifricio alla fragola forse aiuta ma certo non basta.
barba@unimi.it
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22/10/2009