S&P: OUTLOOK NEGATIVO PER IMMOBILIARE CINESE

S&P: OUTLOOK NEGATIVO PER IMMOBILIARE CINESE

Pechino, 15 giu.- L'agenzia di rating Standard & Poor's ha degradato stamattina l'outlook del settore immobiliare cinese portandolo da "stabile" a "negativo", la decisione è legata alle restrizioni sul credito verso i costruttori decise dal governo. 

 

Secondo il rapporto di S&P, in Cina il settore immobiliare potrebbe assistere a un ridimensionamento dei prezzi di circa il 10% nell'arco dei prossimi 12 mesi, mentre crolli del 20%-30% vengono definiti "possibili, ma molto meno probabili". "Riteniamo che nei prossimi 6-12 mesi assisteremo a un incremento dei rischi - ha dichiarato l'analista di S&P Bei Fu nel corso di una conferenza stampa - perché il rapporto d'indebitamento è realmente aumentato in termini sostanziali".

 

L'agenzia di rating, insomma, sottolinea come nei capitali investiti nel real estate la proporzione tra le risorse proprie dei costruttori e quelle di terzi – soprattutto banche - stia registrando un ulteriore squilibrio: "Dato che il rapporto d'indebitamento dei costruttori in Cina è già molto alto, per mantenere l'attuale profilo creditizio sarebbero necessarie performance di vendita costanti" ha detto ancora Bei Fu. Ma Standard & Poor's ritiene che nei prossimi mesi mantenere un andamento costante sia molto complesso.

 

Il mercato immobiliare cinese è da tempo in pieno surriscaldamento: nelle città di prima fascia – le più importanti - i prezzi delle proprietà sono raddoppiati nell'arco di cinque anni, e nel solo 2010 sono cresciuti del 18% in tutta la nazione. Fin dall'aprile dello scorso anno il governo ha lanciato numerose misure per contenere i continui aumenti, tra cui il divieto di acquisto di più di un appartamento in alcune metropoli, l'aumento obbligatorio degli anticipi da versare e alcuni esperimenti di tasse sulla proprietà. L'acquisto di una casa è ormai diventato proibitivo per la classe media, tanto da generare grosse tensioni sociali: "I prezzi degli immobili commerciali sono ancora ben lontani dagli obiettivi del governo e dalle aspettative dei cittadini - ha detto il premier Wen Jiabao in un recente discorso al Consiglio di Stato -, alcuni governi locali non stanno applicando con decisione le misure di controllo decise dal governo centrale e i risultati devono essere ancora stabilizzati".

 

Le ragioni della corsa al mattone sono numerose, e vanno dal peculiare sistema con il quale vengono gestite le concessioni in Cina, in un complesso e spesso opaco intreccio tra costruttori e governi locali, fino alla mancanza di strumenti avanzati di investimento, che spesso costringono le famiglie a puntare tutto sull'immobiliare. Ma secondo molti osservatori una spinta decisiva, che ha formato una vera e propria bolla speculativa, si è manifestata nella stagione 2009-2010, quando le banche - per contrastare la crisi globale su impulso del governo - hanno concesso nuovi prestiti per 17500 miliardi di yuan (al cambio attuale più di 1800 miliardi di euro), gran parte dei quali sono andati a finire proprio nel real estate e in progetti infrastrutturali.

 

A complicare ulteriormente la situazione ci sono le LIC, acronimo che sta per Local Investment Companies. Si tratta di agenzie semipubbliche – ai cui vertici siedono uomini di fiducia delle amministrazioni, quando non gli stessi funzionari locali - che hanno ottenuto credito dalle banche presentando come garanzia il più importante asset che possiedono: la terra, che in Cina è di proprietà dello stato. Secondo un rapporto della China Banking Regulatory Commission pubblicato dal settimanale Caixin nel luglio scorso, le LIC avrebbero ottenuto prestiti per 7660 miliardi di yuan (825 miliardi di euro, al cambio attuale), dei quali il 23% andrebbe ormai classificato come credito in sofferenza e il 50% avrebbe un esito "incerto". Secondo una stima indipendente del gruppo di ricercatori della Northwestern University of Illinois sotto la guida del professor Victor Shih, i prestiti concessi alle LIC ammonterebbero invece a più di 11mila miliardi di yuan (1185 miliardi di euro).

 

Standard & Poor's non è la prima agenzia di rating a rivedere al ribasso il giudizio sul settore immobiliare cinese: nell'aprile di quest'anno ci aveva già pensato Moody's, anch'essa degradando l'outlook da "stabile" a "negativo", mentre a marzo Fitch aveva diffuso un rapporto secondo il quale da qui al 2013 c'è il 60% di possibilità che le banche del Dragone vengano sconvolte da un crollo dei prezzi delle case, capace di provocare un'ondata di insolvenze.

 

E mentre l'inflazione in Cina continua a volare alto – i dati diffusi ieri mostrano che a maggio l'indice dei prezzi al consumo è cresciuto del 5.5%, valori mai toccati dal 2008 a oggi - il governo di Pechino deve combattere su due fronti: garantire una continua crescita economica (di cui il settore immobiliare è parte integrante) e mantenere stabili i prezzi (obiettivo che richiede restrizioni sul fronte creditizio che, come abbiamo visto, penalizzano le previsioni sulla crescita).

 

Un compito da far tremare i polsi, come ha messo bene in evidenza ieri il miliardario George Soros. "La seconda economia mondiale mostra alcune caratteristiche da bolla speculativa - ha dichiarato il principe degli investitori nel corso di una conferenza economica ad Oslo - e ci sono alcuni segnali che indicano come la Cina stia perdendo il controllo. La formula con la quale Pechino ha sostenuto la sua crescita economica ha il fiato corto".

 

di Antonio Talia

 

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