RUBLO E YUAN CONTRO IL DOLLARO

RUBLO E YUAN CONTRO IL DOLLARO

Pechino, 17 dic. - Alcune monete viaggiano ovunque, altre necessitano del visto sul passaporto, altre ancora escono raramente dai propri confini: da qualche giorno a questa parte, però, yuan e rublo godono di una circolazione più ampia. 

Da mercoledì scorso presso la borsa di Mosca, ogni giorno a partire dalle 10 del mattino, parte un'ora di contrattazioni nella quale è possibile scambiare direttamente la moneta russa con quella cinese, un'operazione parallela a quella avviata alla borsa di Shanghai, dove già a novembre si sono inaugurati gli scambi yuan contro rublo. Mosca diventa così la prima piazza straniera dov'è possibile trattare lo yuan-renminbi, borsa di Hong Kong esclusa. Ma se Hong Kong - cui è consentito battere una moneta diversa da quella cinese pur restando una Regione Amministrativa Speciale legata a Pechino - funge in un certo senso da piazza offshore per lo yuan, il ruolo che si sta ritagliando la borsa moscovita è molto diverso.

 

 

L'orario delle 10 del mattino è stato fissato con lo sguardo rivolto a est, a quelle zone sul confine tra Russia e Cina che si trovano a diversi fusi orari da Mosca. A guardare ai primi risultati, l'operazione sembra un successo: le transazioni hanno superato del 64% le aspettative del Micex – Moscow Interbank Currency Exchange- con banche russe come OAO Sberbank  e VTB Group che nel primo giorno di contrattazioni hanno acquistato 4.92 milioni di yuan, pari a 22.78 milioni di rubli, o 555 mila euro. I volumi iniziali, ovviamente, sono minimi se confrontati con quelli di altre piazze.

 

 

L'obiettivo del progetto sembra solo roba per banche con clienti russi che fanno affari col Dragone o per chi specula sulla valuta estera, magari scommettendo sulla rivalutazione dello yuan?

 

Può darsi, ma non solo: la manovra ha un preciso peso monetario e geopolitico. Immaginiamo una carovana di vagoni per il trasporto di gas o petrolio tra Russia e Cina: oggi, il prezzo della transazione viene fissato in dollari.  Il Micex è un primo tassello per mandare in soffitta tutto questo, e consentire a chi compra e a chi vende tra le due frontiere di fissare gli scambi nella propria valuta invece di passare attraverso il biglietto verde. L'operazione viene lanciata quasi contemporaneamente alla nuova pipeline transiberiana, parte del più ampio progetto ESPO (East Siberian- Pacific Ocean), che servirà a  soddisfare l'enorme domanda cinese di energia con 30 miliardi di metri cubi di gas entro il 2015 e addirittura 150 miliardi di dollari in petrolio entro il 2030, un oleodotto-gasdotto che permette anche di impiegare i treni merci al confine per il trasporto di carbone, metalli e altre commodities, anziché utilizzarli quasi esclusivamente per le risorse energetiche (leggi questo articolo).

 

 

L'Orso Russo è il primo esportatore mondiale di energia e il Dragone - secondo i dati diffusi dall'IEA nel luglio di quest'anno, smentiti dai cinesi - ha scalzato gli Stati Uniti dal podio di primo consumatore; ma se la chiave energetica appare quella principale, non è l'unica: il mese scorso le esportazioni cinesi verso la Russia sono cresciute del 74%, segnando l'aumento più consistente tra le 20 nazioni tenute sotto controllo dalla dogana cinese, mentre i flussi commerciali da Mosca a Pechino hanno toccato la quota record di 2.6 miliardi di dollari nel maggio di quest'anno. Nei primi dieci mesi di quest'anno, secondo le statistiche della dogana moscovita, la Cina ha superato la Germania ed è diventata il primo partner commerciale della Russia. Ovvio che la maggior parte degli scambi sia ancora fissata in dollari, e lo sarà per lungo tempo, ma secondo il vicepresidente della Banca centrale di Mosca Viktor Melnikov utilizzare yuan e rublo consentirà agli esportatori di abbattere circa il 5% dei costi.

 

 

Ma è sul fronte monetario, o della geopolitica delle monete, che la manovra assume un orizzonte ancora più ampio. A giugno il presidente russo Dmitry Medvedev ha dichiarato che il rublo deve diventare una "valuta di riserva regionale", con l'obiettivo di proteggere la sua moneta dalle volatilità del dollaro. Lo yuan-renminbi, com'è noto, è una moneta non ancora completamente convertibile al centro di una controversia tra Pechino e Washington: gli USA accusano la Cina di manipolarne il valore al ribasso per garantirsi un vantaggio sleale nei commerci con l'estero, e spingono per un apprezzamento che il Dragone non vuole concedere nel timore che una valuta troppo forte possa innescare una spirale di inflazione e disoccupazione. A marzo il premier cinese Wen Jiabao aveva manifestato tutta la sua preoccupazione per il valore delle riserve in valuta estera detenute da Pechino e denominate in dollari.

 

 

Entrambi i paesi, Russia e Cina, si sono trovati sullo stesso fronte insieme a Brasile e India nel giugno del 2009, quando emisero una dichiarazione congiunta per il superamento dell'attuale sistema monetario globale, che trova nel dollaro il suo pilastro principale. Inoltre, né il Dragone né l'Orso sono rimasti particolarmente entusiasti dalla mossa  della Federal Reserve del novembre scorso, quando con un nuovo alleggerimento quantitativo da 600 miliardi di dollari si è deciso, di fatto, di stampare nuovi biglietti verdi per sostenere una ripresa del MADE IN USA che stenta a decollare: una manovra che contribuisce ad esportare inflazione e a diminuire il valore degli asset di chi, come la Russia e soprattutto la Cina, detiene tra le sue riserve in valuta estera un'immensa quantità di titoli denominati in dollari (leggi questo articolo). Pechino, peraltro, sta già aumentando la sua sfera d'influenza monetaria: la Bursa Malaysia Derivatives Berhad, che fissa il prezzo mondiale per l'olio di palma grezzo, ha iniziato dal mese scorso ad accettare pagamenti o garanzie in yuan; mentre il Chinese Gold & Silver Exchange fisserà i primi contratti internazionali in valuta cinese a partire dal prossimo anno. Né  il rublo né tantomeno lo yuan possono ambire al ruolo internazionale del dollaro, ma l'emergere di valute di riferimento su base regionale si fa un'ipotesi sempre più plausibile; non un terremoto per mandare improvvisamente il biglietto verde in pensione, ma uno spostamento sempre più veloce di "placche tettoniche" poste in certe zone di confine, accomunate da interessi economici sempre più stretti. Come il confine tra Russia e Cina.

 

di Antono Talia

 

 

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