Riserve valutarie al record - Emergenti a rischio bolla

di Riccardo Sorrentino Sono tornate a crescere, rapidissime. A un ritmo di cento miliardi di dollari al mese. Le riserve valutarie, ignare della crisi - o, più precisamente, grazie a essa - hanno raggiunto nuovi massimi. Sono ormai superiori, nel mondo, a 7.700 miliardi di dollari, il record toccato - secondo gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale (Fmi) - a fine 2009.
Ancora una volta, sono i paesi emergenti i principali accumulatori di riserve, con un totale di 5.500 miliardi e un incremento del 12 per cento. La Cina da sola ne possiede quasi la metà: ha raggiunto i 2.400 miliardi (e sembra si sia un po' fermata). Altre economie sono state però più attive di Pechino: il Messico - ricordano Joseph Lupton e David Hensley di JPMorgan - ha segnato un aumento del 15% e il Brasile 7,7%, contro il +5,6% di Pechino (e di Seul). Solo Romania, Ungheria, India e Cile hanno registrato un calo.
Cosa sta succedendo? Il motivo immediato di questa forte crescita è il desiderio di frenare - o bloccare, come è il caso della Cina - la tendenza all'apprezzamento delle valute locali, alimentata da una forte corrente di capitali in arrivo nei paesi emergenti. «La prospettiva di rialzi dei tassi più ravvicinati nel tempo nei paesi emergenti sta attirando flussi finanziari che creano pressioni al rialzo sui cambi», spiegano Lupton e Hensley.
Queste correnti sono però continuamente alimentate dalle banche centrali occidentali. «L'aumento delle riserve negli Emergenti - aggiunge David Lubin di Citigroup - può essere pensato come un sottoinsieme dello stock di M2 del G-4». Traducendo: il loro andamento segue abbastanza da vicino ed è determinato dalla massa monetaria domestica messa in circolazione da Usa, Eurolandia, Giappone e Gran Bretagna.
I paesi emergenti, quindi, sono inondati da un eccesso di liquidità proveniente dall'esterno, di cui le riserve sono solo una spia e un rimedio molto parziale e imperfetto. Per accumularle, infatti, le banche centrali devono acquistare valuta estera creando "con un tratto di penna" moneta che, inevitabilmente, circola all'interno dell'economia. Tutte le autorità tentano di azzerare questa iniezione di capitali cercando di riassorbire liquidità con le operazioni di "sterilizzazione", ma il processo è sempre incompleto. Questo significa che i costi dell'accumulazione delle riserve sono crescenti e non è detto che saranno solo i paesi emergenti a pagare il conto. Non bisogna dimenticare, hanno ricordato Lupton ed Hensley, che «la gestione attiva dei cambi», non liberi di fluttuare, «ha inviato indietro migliaia di miliardi di dollari, reinvestiti in attività finanziaria Usa» e questo «è avvenuto al costo di distorcere il rapporto tra rischi e rendimenti, fornendo benzina per il maggior collasso finanziario della storia».
Per avere evidenza di cosa sta (di nuovo?) accadendo basta guardare alla Cina, già alle prese con una bolla immobiliare - che il governo ora vorrebbe far scoppiare - e una forte inflazione nelle quotazioni di borsa. «Il mercato azionario cinese è guidato dalla liquidità - spiega un'altra analisi di Citigroup, elaborata da Willem Buiter e Minggao Shen - e l'indice Shanghai A si è mosso in modo coerente con la massa monetaria M1» che, a gennaio, segnava un incremento annuo del 39 per cento.
Se si vuole poi allargare l'orizzonte a tutti gli emergenti, l'ultimo Global Financial Stability Report dell'Fmi è stato piuttosto chiaro: non solo c'è un legame statistico, in tutto il mondo, tra liquidità in circolazione e rendimento delle azioni, ma c'è un nesso piuttosto stretto anche tra la liquidità generata nelle maggiori aree economiche del G-4 e i rendimenti delle borse dei paesi che assorbono questo flusso di capitali. In Brasile, Cile, Cina e Hong Kong, l'impatto della liquidità globale è cinque volte maggiore rispetto all'effetto di quella interna. Il rischio bolla è forse tornato tra noi.
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25/04/2010