RISCOSSA DIGITALE created IN CHINA

... È tempo di imparare dai paesi più avanzati. La Cina non può crescere chiudendo le porte, restando immobile e compiaciuta di sé Deng Xiaoping, 1978





«Designed in California, assembled in China», c'è scritto su tutti gli iPod, gli iPhone e gli iPad del mondo. E quel l'espressione, "assembled in", al posto del tradizionale "made in", suona quasi come una diminutio. Ma le cose non stanno esattamente così. È dal 1997, dal tempi del grande ritorno di Steve Jobs, che la Apple ha progressivamente concentrato in Cina la manifattura finale dei suoi prodotti, facendone un punto di forza dei suoi pingui margini reddituali. Così, tutti gli iPod del mondo arrivano da iPod City, come viene soprannominata la fabbrica di 3 chilometri quadrati della Foxconn a Shenzhen, dove lavorano oltre 400mila operai. In questo scenario, fa poca meraviglia che, già da due anni, la Repubblica Popolare sia diventata la prima produttrice mondiale di elettronica di consumo.
Secondo i dati del ministero del l'Industria e dell'Information technology (Miit), il 49,9% dei telefoni cellulari, il 60,9% dei personal computer e il 48,3% dei televisori di tutto il mondo, vengono prodotti in Cina. Ma non sono semplicemente assemblati. Una quota sempre maggiore di quell'oceano di aggeggi resi intelligenti da un microchip, è ormai disegnata da ingegneri cinesi. «Il nostro obiettivo – dice Zhou Houjian, numero uno di Hisense, la regina locale degli apparecchi televisivi – è passare dal Made in China al Created in China». Proprio quel che auspica il Partito Comunista.
È dal 1978, quando su invito di Deng Xiaoping la Repubblica Popolare si aprì al mondo, che l'industria dell'elettronica è diventata un settore-chiave della riscossa economica cinese. Da allora, anche grazie ai programmi di formazione delle imprese multinazionali che, inevitabilmente, hanno disseminato la conoscenza tecnologica, la potenza digitale cinese sta crescendo a dismisura: si calcola che negli ultimi vent'anni, l'industria dell'elettronica sia cresciuta tre volte di più del già galoppante prodotto interno lordo.
Certo, in un mercato domestico dell'elettronica di consumo in simile espansione – si calcola che l'anno scorso valesse poco meno di 160 miliardi di dollari – crescere è più facile che altrove. Ma a maggior ragione in uno Stato che ti appoggia e ti sostiene: con gli incentivi al consumo di elettronica previsti dal pacchetto di stimolo all'economia, gente come Haier, Hisense o Tcl non hanno sentito il vento, ma neppure lo spiffero, della recessione.
Tanto più che stiamo parlando di uno Stato-azionista. Haier (ormai diventata la numero uno al mondo negli elettrodomestici), Hisense e Tcl (che il Ces di Las Vegas ha incoronato come la numero 6 al mondo nelle televisioni) sono tutte di proprietà della Repubblica Popolare. Intanto, il Miit – il ministero ad hoc, istituito nel 1998 e riformato nel 2008 – si occupa di regolare l'internet, il broadcasting, le telecomunicazioni, i servizi digitali ma anche «di costruire un'economia nazionale della conoscenza». In altre parole, nessun paese al mondo si prepara a raccogliere i frutti della semina digitale quanto la Cina. Che nel frattempo, a vent'anni dai primi investimenti Intel a Shanghai, si è dotata di una sua industria dei semiconduttori, al cuore della rivoluzione digitale. In qualche modo, anche questo discende dall'«apertura al mondo» di Deng Xiaoping.
Si dirà che la Cina scommette sulle comunicazioni elettroniche da una parte, e restringe le libertà civili dall'altra. Ma anche questo sarà oggetto di evoluzioni. La «iPod City» della Foxconn è finita nelle cronache di tutto il mondo, quando l'anno scorso si suicidarono dieci operai. Sotto pressione dei clienti internazionali, Apple inclusa, la Foxconn ha aumentato a tutti la paga di 20 dollari la settimana, ovvero un quarto del salario. I suicidi sono diminuiti (ma non si sono esauriti). Basterebbe questo, per capire che in prospettiva tutto si evolverà: anche lo spietato mercato del lavoro cinese.
A quel punto però, l'obiettivo finale sarà forse centrato: al posto della Samsung (l'ex parvenu coreana che in pochi anni è riuscita a strappare il podio alla Sony), ci sarà forse una multinazionale cinese.
Il "forse" è sempre d'obbligo. «Se la Cina vuole competere davvero su scala globale, deve dare più peso ai marchi», dice Gary Shapiro, il presidente della Consumer Electronics Association americana. «Di fatto, fra i primi 100 marchi messi in classifica da Interbrand, non ce n'è neppure uno cinese». Ma lo stesso Shapiro, che ha già inaugurato una versione cinese del Ces, sa bene che è solo questione di tempo.
Come promette Houjian, Hisense e tutte le altre si preparano a una nuova epopea created in China.
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27/01/2011