RIO TINTO, IMPUTATI ALLA SBARRA

RIO TINTO, IMPUTATI ALLA SBARRA

Pechino, 22 mar. – Si è aperto stamattina a Shanghai il processo ai dirigenti del colosso minerario australiano Rio Tinto, accusati di corruzione e furto di segreti commerciali: secondo quanto reso noto dai loro avvocati, tre dei quattro executive hanno ammesso alcune responsabilità nei reati che vengono loro addebitati;  l'australiano Stern Hu, in particolare, ha dichiarato di avere effettivamente ricevuto alcune delle tangenti per le quali era stato accusato, per un totale di circa 6 milioni di yuan (più di 600mila euro). Il caso era scoppiato nell'estate del 2009, nel pieno dei negoziati sui prezzi dei minerali ferrosi - di cui la Cina è il primo acquirente al mondo - suscitando numerose polemiche: qualche mese prima, infatti, Rio Tinto aveva respinto l'offerta di acquisizione da parte del gigante cinese Chinalco, una vicenda che aveva alimentato sospetti su una presunta ritorsione da parte della Cina per il fallimento della più grande trattativa mai condotta all'estero, un affare da 19.5 miliardi di dollari. I quattro dirigenti erano stati inizialmente ritenuti responsabili di spionaggio e sottrazione di segreti di Stato,  un'accusa successivamente derubricata in sottrazione di segreti industriali e corruzione. "Il processo si svolgerà secondo la legge e secondo gli appropriati regolamenti internazionali" ha dichiarato recentemente il portavoce del ministero degli Esteri Ma Zhaoxu, puntualizzando che gl'imputati sono "pienamente garantiti"; "il mondo starà a guardare" è invece il monito che ha consegnato a Pechino il primo ministro australiano Kevin Rudd in vista dell'avvio del processo, dando voce ai timori diffusi in Australia di un giudizio influenzato da fattori esterni e condotto secondo principi estranei alla rule of law. Il caso, infatti,  ha immense implicazioni politiche ed economiche: la Cina è il primo partner commerciale dell'Australia, con un volume di scambi pari a 53 miliardi di dollari nel 2009; nel 2008 Camberra ha venduto a Pechino il 41% delle proprie esportazioni di minerale di ferro per circa 15 miliardi di dollari e l'Australia rappresenta un fornitore fondamentale per un Dragone continuamente affamato di quelle risorse naturali necessarie a sostenere il suo incessante sviluppo economico. "Si tratta di un caso giudiziario - ha detto al momento dell'arresto il portavoce del ministero degli Esteri Qin Gang - e come tale non dovrebbe essere enfatizzato o politicizzato". Un caso giudiziario, però, che ha come sfondo le negoziazioni per il controllo delle commodities, definite da un anonimo ex negoziatore della brasiliana Vale SA "complessa, gigantesca partita a scacchi".