Rio Tinto ai suoi: « Via da Pechino»

Dario Aquaro
Rio Tinto ha chiesto a tutti i suoi dipendenti stranieri in Cina di lasciare il paese, o di non farvi rientro se già all'estero.
Mentre Pechino e Canberra continuano a scambiarsi "diplomatici" avvertimenti, il colosso minerario anglo-australiano è passato ieri alle vie di fatto, dopo l'arresto nei giorni scorsi di un alto dirigente della compagnia, l'australiano Stern Hu, e di tre suoi stretti collaboratori locali. Per la magistratura i quattro avrebbero pagato tangenti per entrare in possesso di informazioni riservate sul mercato dell'acciaio. Una storia di spionaggio e corruzione in cui l'accusa, non ancora formalizzata, è stata invece largamente pubblicizzata dalla stampa cinese. E in cui le sorti degli imputati rimangono sospese nell'incertezza.
«La diplomazia del megafono non risolverà questo difficile caso», ha commentato ieri il ministro degli esteri australiano, Stephen Smith, «non è un problema che possa essere risolto da una telefonata». Smith, in Egitto per un vertice dei paesi non allineati, ha incontrato a margine il vice ministro cinese, He Hafei. Nulla è trapelato, ma il colloquio è arrivato dopo le parole pronunciate due giorni fa dal premier australiano Kevin Rudd.
In ballo, aveva avvertito Rudd, ci sono importanti interessi economici e la gestione della vicenda è sotto gli occhi di tutti gli stati stranieri. Uno, in particolare, ha già trovato l'occasione e il modo di intervenire. «Tutto ciò che possiamo dire ora al governo cinese è che dovrebbe semplicemente esortare più trasparenza e seguire un processo imparziale», ha dichiarato Gary Locke, segretario al commercio degli Stati Uniti. Locke ha fatto presente la «grande preoccupazione per gli investitori americani che sono in Cina e per le multinazionali di tutto il mondo che hanno progetti in questo paese».
L'arresto del manager di Rio Tinto mostra - è il giudizio degli americani - come l'oscurità di alcune leggi metta a rischio gli investitori stranieri, quando hanno a che fare con entità statali e con informazioni potenzialmente sensibili. Il riferimento non è casuale. Rio Tinto, impegnata da nove mesi nei negoziati con la China Iron and Steel Association (Cisa) per fissare i nuovi contratti di fornitura di minerale ferroso (di cui la Cina è il maggior acquirente), è accusata di aver corrotto le sedici compagnie cinesi dell'acciaio coinvolte nelle trattative, per carpire le strategie di Pechino sulla determinazione del prezzo del minerale. Secondo le indiscrezioni del quotidiano statale China Daily, l'inchiesta sarebbe quindi ora allargata alle principali società siderurgiche nazionali.
Trasparenza e fiducia, ha chiesto Gary Locke. Ma la risposta era già nel cassetto. «Le imprese straniere sono le benvenute in Cina, ma devono rispettare la legge», ha dichiarato Qin Gang, il portavoce di Pechino, per il quale il chiasso che si sta facendo in Australia costituisce «un'interferenza nell'indipendenza giudiziaria cinese». Quindi: le autorità competenti hanno agito in base alla legge.
Ma le relazioni tra Cina e Australia hanno trovato un altro, inaspettato, campo di confronto. Pechino ha chiesto agli organizzatori del festival internazionale del cinema di Melbourne di togliere dal cartellone un documentario sulla leader uigura in esilio Rebiya Kadeer. Pechino la considera una terrorista, colpevole di aver incitato le ribellioni nello Xinjiang. Il film, "The 10 conditions of love" parla della storia d'amore con il marito attivista Sidik Rouzi. Kadeer era un'imprenditrice di successo, almeno fino a quando osò criticare la nomenklatura cinese.
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17/07/2009