Rating italiani per il China Index

Si chiamano «rating Esg» e fino a oggi hanno aiutato banche e gestori a schivare i grandi flop finanziari degli ultimi anni (dal crack di alcuni dei fondi feeder di Madoff a Bear Stearns passando per Parmalat e Aig, si veda tabella a fianco). Il passo in più, adesso, è che i cosiddetti rating o indici di sostenibilità - che analizzano e danno un voto alle politiche ambientali, sociali e di governance delle società - dovrebbero permettere di aiutare i grandi investitori a scommettere con giudizio anche sull'oscuro mercato finanziario cinese.
Ecpi, la società del gruppo Mittel specializzata nella produzione di rating Esg (acronimo di «Environmental, social and governance»), ha infatti stretto un accordo con il principale fornitore di indici borsistici cinesi (Csi) per lanciare un nuovo paniere: il Csi Ecpi Esg China 40 sarà in pratica una selezione dei migliori 40 titoli cinesi, quotati tra Shanghai e Shenzen, valutati secondo criteri di virtuosità ambientale, sociale e di governance, tutti messi a punto dalla società italiana. «Per chi vorrà puntare su aziende cinesi rispettose dell'ambiente, sensibili alle richieste del territorio e alle esigenze dei lavoratori, il nostro indice sarà un importante punto di riferimento - spiega Guerino Guarnieri, senior director di Ecpi -. Ci sono voluti due anni di lavoro ma oggi disponiamo di una squadra di dieci analisti cinesi che studiano il mercato locale e monitorano costantemente tutte le 300 compagnie del Csi Index, così da registrare ogni possibile miglioramento o peggioramento del loro status e l'ingresso nella lista dei migliori 40».
Ma perché una società cinese, i cui competitor locali non brillano certo per sensibilità al contesto sociale in cui operano, dovrebbe ambire a rispettare rigidi criteri di sostenibilità? E quanto è proficuo, per gli operatori, investire in titoli cinesi "virtuosi"? «Le società che dispongono di un rating Esg elevato - afferma Michele Calcaterra, ad di Ecpi - sono più immuni da eventuali eventi rischiosi. Soprattutto in contesti percepiti come poco trasparenti, un'analisi che esalta la linearità della gestione della governance, per esempio, può solidamente contribuire a selezionare gli investimenti più appetibili per un investitore istituzionale». O ancora un'analisi che serva a identificare il rispetto da parte delle aziende di norme e procedure di tutela ambientale «può consentire di selezionare quelle aziende più immuni da eventuali azioni sanzionatorie che possono compromettere la solidità del loro modello di business. Questi si rivelano elementi di solidità che rendono più appetibili le società agli occhi degli investitori». Che a loro volta investono sul titolo e finanziano la sua crescita.
Elementi come la trasparenza nelle operazioni di corporate governance, nella redazione dei documenti contabili oppure la conferma del rispetto dei diritti dei lavoratori (dati qualitativi che poi sfociano nella produzione di un dato quantitativo, si veda scheda accanto) diventano così strumenti guida per distinguere tra "buoni" e "cattivi". La conferma della validità del modello Esg arriva del resto dall'esperienza accumulata da Ecpi negli ultimi anni. Dal 2000 al 2007, sottolinea Calcaterra, «lo screening Esg ha permesso di evitare 16 dei 22 default che hanno colpito l'universo dei titoli da noi monitorati, che oggi ammontano a circa 4mila». Nessuna registrazione presso le istituzioni di vigilanza, totale assenza di trasparenza sulla compliance: i dubbi sul Kingate Global Fund o il Kingate Euro Fund, feeder-fund di Madoff, erano stati sollevati per esempio già nel 2005, tre anni prima dello scoppio della truffa finanziaria più grande della storia. E così pure è accaduto per il crack Aig, Bear Stearns o Citigroup, che pure sono stati salvati dal governo americano nel 2008, ma le cui pratiche scorrette erano già sotto osservazione nel 2005, quando erano stati esclusi dalla lista dei titoli investibili.
Luca Davi
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11/09/2010