Quegli abissi tra i gestori d'Oriente

Per chi vuole prendere una posizione lunga sul mercato azionario cinese, la soluzione più semplice è quella dei fondi comuni collocati da intermediari italiani o degli Etf specializzati negoziati alla Borsa italiana. L'acquisto diretto di azioni cinesi, anche per i clienti delle piattaforme online disponibili in Italia, è possibile solo tramite le Ads (American depositary shares) di emittenti di quel Paese quotate a Wall Street, come China Mobile, Cnooc, Petrochina, Sinopec e così via. In totale sono 52, ma ovviamente la loro selezione richiede una preparazione di alto livello e un'ottima conoscenza dell'inglese per lo studio dei loro comunicati finanziari.
Di solito chi decide di investire in Cina è convinto della superiore capacità di crescita futura di quell'economia. Una scommessa-Paese, insomma, che prescinde dai titoli sottostanti. Che invece sono assai più importanti di quanto si possa credere.
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C'è un universo di imprese non quotate o inaccessibili agli stranieri che non sono acquistabili da fondi o inseribili nei portafogli degli Etf. E la dispersione dei rendimenti di lungo periodo dei fondi specializzati in azioni cinesi è piuttosto elevata, a conferma dell'importanza della selezione dei titoli sottostanti. Chi avesse investito dieci anni fa in uno di questi nove prodotti (dati Morningstar) avrebbe ottenuto un rendimento annualizzato compreso tra il 21,3% (Parvest China Classic) e l'1,37% (Eurizon EasyFund China). Su mercati più conosciuti dai gestori occidentali, come Piazza Affari, la dispersione è inferiore (a dieci anni, compresa tra il 2,8 e il -3,8% annualizzato). Ma c'è di più. Chi avesse investito dieci anni fa nei migliori quattro fondi azionari Italia del periodo (Fidelity Italy, Fondersel PMI, Willerequity Italian Renaissance, Oyster Italian Value), concentrati quindi in una delle economie più stagnanti del mondo, avrebbe spuntato dei rendimenti superiori rispetto a quelli del peggior fondo azionario specializzato in azioni cinesi. La gestione può fare la differenza, soprattutto in mercati caratterizzati da maggiori asimmetrie informative come quello cinese. Ma, come al solito, è difficile individuare ex-ante quali siano i gestori stabilimente più informati.
È probabile che la Cina, se continuerà nella sua crescita impetuosa basata su manifattura low-cost, tecnologia ed export, finirà per sedurre un numero crescente di investitori. D'altra parte la leadership della finanza globale non è nuova a rivoluzioni. Basti pensare che alla fine del 19mo secolo la Borsa numero uno del mondo era quella inglese, con il 30,5% della capitalizzazione totale. Ora Londra è scesa al terzo posto, con l'8,1%. Ma nel simulatore Monte-Carlo nel quale estrarre a caso gli scenari futuri della finanza vanno incluse due variabili-chiave del 21mo secolo. Da una parte la rapidità dei movimenti di capitali, che vedono la Cina in una posizione di forza, con 2.400 miliardi di dollari di riserve. Come emerso in settimana, la Grecia in difficoltà è il caso più eclatante di richiesta di aiuto finanziario alla Cina. Poi ci sono le migrazioni di cervelli. Gli studenti cinesi rappresentano la prima comunità straniera nelle università Usa. E il 92% dei 2139 cinesi che conclusero il dottorato di ricerca in scienza o ingegneria nel 2002, cinque anni dopo erano ancora negli Stati Uniti. Movimenti così massicci di capitale finanziario e intellettuale sono senza precedenti. E i loro effetti sono ancora tutti da vedere.
Marco Liera
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30/01/2010