Quando il Drago spaventa l'Orso

PAGINA A CURA DI
Marzia Redaelli
Il dragone ha rialzato la testa. La Borsa cinese segna da inizio anno un guadagno a doppia cifra: +30% il listino di Shenzen, +45% quello di Shangai, entrambi per la categoria di azioni B, quelle accessibili agli investitori stranieri. Anche le azioni di tipo H, quotate a Hong Kong, sono salite dell'11 per cento. Mentre l'indice Hang Seng dell'isola, un ex protettorato inglese tornato sotto il dominio della Repubblica Popolare nel 1997, è positivo, ma soltanto del 3,8%; a frenare il rally di Hong Kong, dal profilo finanziario più internazionale, hanno contribuito i minori flussi di capitale stranieri.
A Taiwan, indipendente di fatto, ma nella sfera d'influenza di Pechino dalla quale non è mai stata riconosciuta, l'indicatore Taiwan Weighted mostra una variazione del 21,5%, nonostante il crollo del Pil nel quarto trimestre, il primo dopo lo scoppio della bolla tecnologica nel 2001, e la frenata dell'export. Il suo paniere è costituito, appunto, da molte società specializzate in prodotti di alta tecnologia venduti in tutto il mondo (Acer, tra le più note, ha stimato un fatturato in crescita del 30%, grazie ai nuovi modelli di Pc portatili a basso costo).
Insomma, chi fosse rimasto sul treno della Grande Cina, che pure è tornato indietro di un bel po' di stazioni di fronte alla bufera azionaria, avrebbe recuperato buona parte del terreno perso negli ultimi 12 mesi (-36% Shenzen, Shangai e Taiwan; -35% le azioni H dell'Hang Seng China Enterprise, -39% Hong Kong). Il beneficio maggiore è per chi sedeva nelle carrozze destinate alla Cina continentale, perché la locomotiva finanziaria della regione è rappresentata dalle sue enormi opportunità di sviluppo e si legge anche nei risultati dei fondi focalizzati sull'area: i migliori puntano alle azioni di aziende cinesi, magari quelle a maggiore potenzialità di crescita, anche se più rischiose.
Il G20, del resto, è stato ribattezzato G2 proprio per la creazione di un inedito asse Stati Uniti-Cina, impensabile fino a qualche tempo fa, deciso a combattere con forza la recessione. E voci autorevoli come quella della Banca Mondiale, che ha rivisto al ribasso la crescita cinese per il 2009 al 6,5% dal 7,5%, ribadiscono che anche la ripresa globale ripartirà dall'ex Impero Celeste, forse già dalla seconda metà dell'anno.
Le potenzialità ci sono: la Cina conta 1,3 miliardi di abitanti, di cui un quarto è vicino al reddito medio europeo; ha le maggiori riserve valutarie al mondo e il Governo ha stanziato 600 miliardi di dollari, pari al 13% del Pil, per rilanciare la domanda interna (gli Stati Uniti 800 miliardi, pari al 5,5% del Pil). Il problema è se la fiammata dei listini-drago sia un fuoco di paglia o il segno di un ritorno alla crescita stabile delle azioni asiatiche.
L'elevata volatilità è da mettere in conto, ma si intravede qualche spunto positivo: a marzo le vendite di auto sono salite del 5% rispetto a un anno fa, grazie al balzo delle vetture private; i prestiti bancari hanno raggiunto un record di 1.870 miliardi di yuan (206 miliardi €); China Mobile ha chiuso il 2008 con utili a +29% e conta 650 milioni di abbonati, aumentati al ritmo di 7,3 milioni al mese; le previsioni di acquisto delle imprese sono tornate a un livello da espansione per la prima volta dal settembre 2008.
Anche i graffi della crisi globale si vedono: il gruppo assicurativo Ping An ha quasi azzerato gli utili a causa della partecipazione maggioritaria nella banca olandese Fortis, salvata dall'intervento pubblico. Nelle previsioni mensili di Monte Paschi Capital Services si rileva che i profitti delle aziende cinesi sono crollati in media del 37% nei primi due mesi dell'anno, che il pacchetto di stimoli potrà creare 16 milioni di posti di lavoro a fronte dei 25 persi, che gli investimenti diretti nel Paese sono calati e che, infine, il settore immobiliare è al palo e molte case restano invendute. I gestori dei prodotti finanziari specializzati sui mercati emergenti, per contro, evidenziano il bicchiere mezzo pieno: «Non c'è da stupirsi se l'economia cinese rallenta anche se la crisi si sviluppa altrove - afferma Graham French, gestore di M&G Global Basics Funds -. L'importante è che cresca a un tasso sostenuto e i consumatori asiatici sono sempre più ricchi, grandi risparmiatori, ma spinti a spendere di più; per esempio, la riforma dell'assistenza sanitaria in Cina, che ora copre solo il 20% dei costi, libererà buona parte dei risparmi».
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6,5%

LA CIFRA

È la stima di crescita dell'economia cinese nel 2009 elaborata dalla Banca mondiale


La fotografia
Variazioni percentuali da inizio anno e a 12 mesi, dati aggiornati al 7 aprile 2009

CINA

Shenzen

+30,2–36,8


CINA

Shangai

+44,8–36,5


HONG KONG

Hang Seng

+3,8–39,3


TAIWAN

Taiwan Weighted

+21,5–36,2



12/04/2009