Pragmatismo, l'arma della Cina

di Loretta Napoleoni

In cinese crisi si dice Wei Ji, pericolo e opportunità. Dopo aver arginato, con una serie di stimoli economici, la minaccia recessiva, negli ultimi tre mesi Pechino è passata alle opportunità, sfruttandone più d'una. Ha acquistato ingenti quantità di materie prime e soft commodities a prezzi stracciati, facendone gravitare i prezzi mondiali; ha poi spinto gli americani a potenziare il quantitative easing quale stimolo monetario, e cioè a stampare carta moneta per comprare obbligazioni dalle banche in crisi.
Così la Cina ha avuto modo di rivendere al Tesoro americano i titoli ventennali, spostando il rischio America sulla parte breve della curva, dove c'è più liquidità. Il governo ha poi attinto alle ingenti riserve monetarie (pari a circa 2mila miliardi di dollari) per ricapitalizzare le anemiche banche cinesi. Grazie a questa iniezione di contante, tre di loro sono entrate nella rosa delle venti società più capitalizzate al mondo.
Fino ad oggi, il modello economico cinese, improntato al crudo pragmatismo, ha evitato di far precipitare l'economia nel vortice della recessione. E l'ha fatto usando indiscriminatamente manovre ispirate alla teoria neo-liberista, come la vendita dei titoli americani, e a quella socialista, quali la ricapitalizzazione delle banche. I primi frutti cominciano a vedersi. Nonostante la continua diminuzione delle esportazioni, nel primo trimestre del 2008 il Pil cinese è cresciuto del 6,1%, ad aprile è salito al 7% e le previsioni sono per un picco del 9% nell'ultimo trimestre.
Questi dati hanno riacceso il dibattito sul decoupling, la possibilità che la crescita cinese riprenda a ritmo forzato nel 2010 mentre la domanda mondiale rimane statica o si contrae. Secondo uno studio della Ubs, la Cina è meno dipendente dalle esportazioni di quanto si crede. Fatta eccezione dei prodotti a bassissimo costo, l'industria ormai fa solo l'assemblaggio del made in Cina. La delocalizzazione nei paesi limitrofi conferma il ruolo chiave che questo paese riveste nel processo di produzione asiatico. A causa dell'assemblaggio, il contributo cinese al valore aggiunto del prodotto finale è solo del 20 per cento. È questo il caso delle fabbriche di IPod e di IPhone, ma anche di quelle di prodotti aerospaziali che soddisfano ormai il 30% della domanda mondiale. Non bisogna sorprendersi, quindi, se gran parte dei paesi asiatici sono stati più duramente colpiti dalla crisi della Cina.
Il programma di stimoli economici varato dal governo, che assomiglia sempre di più alla versione cinese del vecchio New Deal americano, rimpiazza la domanda estera con la spesa pubblica che nei primi quattro mesi dell'anno è salita del 30,5% rispetto al 2008. L'investimento statale sostiene l'industria di Stato, quella di assemblaggio e quella legata alle esigenze del mercato locale, come preannunciato nell'ultimo piano quinquennale. La crisi ne ha solo accelerato i tempi d'attuazione. Chi rimane fuori sono le piccole e medie imprese private.
Dove la crisi si sente maggiormente è nel settore dei beni di lusso e griffe, ad alta concentrazione d'imprese private e straniere. La zona più colpita è il Guangdong. Difficile stabilire quante fabbriche abbiano già chiuso, i pessimisti parlano di 400mila, un valore più realista potrebbe essere 300mila. Il settore privato nel 2008 ha prodotto circa il 40% del Pil cinese, quindi viene spontaneo chiedersi perché Pechino non lo sostiene. Quest'indifferenza rientra nelle strategie di riconversione industriale esposte nel piano quinquennale: il governo vuole spostare le imprese ad alto valore nei punti strategici del paese, e Guangdong e Shanghai sono gli sbocchi commerciali più efficienti.
Il tallone d'Achille del modello economico cinese è l'occupazione, fonte di preoccupazione costante per i cinesi. Anche sul numero dei disoccupati ci si muove per stime che oscillano tra i 20 e i 25 milioni. Si tratta però di lavoratori migranti che, se non riassorbiti nei villaggi rurali di provenienza, sono impiegati nei lavori pubblici più disparati. A Shanghai se ne vedono diversi ridipingere le facciate dei palazzi appesi ai tetti con delle corde.
Il vero scoglio è rappresentato dalla disoccupazione intellettuale. Nel 2009, tra il 60 e 70% dei nuovi laureati non troverà lavoro. Nell'anno dell'anniversario di Tienanmen questi valori fanno paura. Negli anni 70, la soluzione di Mao fu di spedire i laureati nelle campagne per fomentare la rivoluzione culturale; Hu Jintao, invece, ha deciso di parcheggiarli nell'impresa come stagisti. Strategie diametralmente diverse, ma ispirate da identici criteri di puro pragmatismo.
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16/05/2009