Piano Marshall made in China

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Barack Obama lo ha aveva detto forte e chiaro domenica scorsa al vertice Apec, e lo ha ribadito ieri al presidente cinese, Hu Jintao: l'economia globale non può continuare a reggersi solo sulle spalle dei consumatori americani; la congiuntura mondiale ha bisogno di altri motori di crescita e, in questo processo, la Cina dovrà fare la sua parte.
Il monito del presidente americano non ha colto la leadership del Dragone impreparata. L'allargamento dei consumi domestici è diventato ormai da tempo uno dei principali obiettivi strategici della politica economica cinese. Ma la trasformazione delle formiche parsimoniose in cicale spendaccione non potrà realizzarsi certo dall'oggi al domani. Così, di recente, Pechino ha iniziato a valutare un altro strumento in grado di stimolare la propria crescita economica e anche quella di altre zone sottosviluppate del pianeta.
Uno dei suoi ideatori, l'economista Xu Shanda, membro della Conferenza Consultiva Politica Popolare Cinese (l'organo che, di fatto, svolge la funzione legislativa nel paese), ha coniato per questo strumento un nome molto suggestivo: il Piano Marshall Cinese.
Negli ultimi cinque anni, Pechino ha fornito un sostegno economico crescente ai paesi in via di sviluppo, e in particolare a quelli africani. La logica di questo supporto è stata molto chiara: la Cina è diventata un'acquirente privilegiata di energia e materie prime prodotta dalle nazioni emergenti; in cambio, il Dragone ha rifornito generosamente queste ultime di tecnologie, know how industriale, farmaci, infrastrutture, soldi e armamenti.
Il nuovo Piano Marshall dovrebbe rendere più organica questa relazione speciale tra la Cina e i paesi in via di sviluppo. L'idea è combinare due necessità. Quelle del mondo emergente che non ha risorse sufficienti per finanziare la realizzazione delle grandi infrastrutture di cui ha bisogno, e di cui Pechino sarebbe una delle principali beneficiarie per i suoi traffici di materie prime. E quelle della Cina che, finanziando la costruzione di grandi opere nell'Emisfero Sud, potrebbe trovare un'allocazione alternativa delle proprie riserve valutarie (oggi pari a circa 2.300 miliardi di dollari investite per due terzi in asset statunitensi).
Così facendo, la Cina pensa di giocare d'anticipo sulla probabile degenerazione futura del suo rapporto privilegiato con i paesi in via di sviluppo. I quali, in un domani non troppo lontano, potrebbero iniziare a non digerire più la presenza di un partner sempre più forte e potente che stacca un dividendo altissimo dalla sua politica di non ingerenza nelle nazioni emergenti, acquisendo materie prime a prezzi concorrenziali e vendendo i propri prodotti sui vari mercati domestici per scaricare la sovraccapacità accumulata dalla propria industria manifatturiera dopo la grande crisi economica.
Lo scopo del Piano Marshall cinese è cambiare la natura di questo rapporto che fin qui ha funzionato egregiamente, ma che presto potrebbe mostrare la corda. Insomma, per non correre il rischio di trasformarsi da benefattrice a sfruttatrice, sostengono gli ideatori del Piano Marshall, la Cina deve mettere a punto un nuovo modello più lungimirante che crei ricchezza vera, posti di lavoro e benessere diffuso nei paesi del Terzo Mondo.
Come? Utilizzando lo yuan con una doppia funzione: quella di moneta di finanziamento a tassi di favore per la realizzazione delle opere infrastrutturali nei paesi emergenti; e quella di mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali con questi ultimi. Gli swap valutari da 100 miliardi di dollari lanciati la scorsa primavera con Indonesia, Malaysia, Corea del Sud, Hong Kong, Bielorussia e Argentina rappresentano il primo passo di questa nuova strategia.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

18/11/2009