Perché anche il XXI secolo andrà a petrolio

di Daniel Yergin
L'11 luglio 2008 il petrolio Wti toccò il tetto dei 147,27 dollari al barile; esattamente un anno dopo era a 59,87 dollari; fra queste due date, a dicembre, era precipitato addirittura a 32,40 dollari. (E non ci dimentichiamo che poco più di un decennio fa era a 10 dollari al barile e sembrava che i consumatori avrebbero nuotato in eterno in un mare di petrolio a buon mercato).
Queste oscillazioni incontrollate non riguardano solo gli hedger (produttori di petrolio, compagnie aeree, rivenditori di combustibile per il riscaldamento, ecc.) e gli "speculatori", gli operatori finanziari. Si manifestano nel variare dei prezzi alle stazioni di benzina. Suscitano passioni politiche e alimentano i sospetti dei consumatori. La volatilità rende anche più difficile pianificare investimenti energetici futuri, si tratti di petrolio e gas naturale o di combustibili alternativi ed energie rinnovabili. E può avere un impatto sconvolgente sull'economia mondiale.
Dopo tutto, Detroit è stata messa al tappeto, ancora prima della crisi del credito, da quello che è successo alla pompa di benzina nel 2007 e nel 2008. L'impatto colossale di queste oscillazioni è la ragione che ha spinto recentemente il primo ministro britannico Gordon Brown e il presidente francese Nicolas Sarkozy a chiedere una soluzione globale per questa «volatilità distruttiva». Ma, sono stati costretti ad aggiungere i due leader, «non esistono soluzioni semplici».
Questa volatilità è un elemento della nuova era del petrolio. Oggi c'è chi parla della "fine del petrolio". Se è così, replicano altri, stiamo entrando in un lunghissimo addio. Una caratteristica di questa nuova era è che il petrolio ha sviluppato una duplice personalità, come materia prima concreta ma anche come asset finanziario. Altre tre caratteristiche distintive di questa nuova epoca sono la globalizzazione della domanda di petrolio, un cambiamento enorme rispetto ad appena un decennio fa; l'ascesa dei cambiamenti climatici come fattore politico che determina le nostre decisioni su come, e quanto, useremo il petrolio in futuro; e la spinta alla creazione di nuove tecnologie che potrebbero avere effetti straordinari sul petrolio e sul resto del portafoglio energetico.
Anche il cast dei protagonisti dell'industria petrolifera si è fatto diverso e più nutrito. Alcune compagnie petrolifere, come la ExxonMobil e la Chevron, sono diventate supermajor, mentre altre, come l'Amoco e l'Arco, sono semplicemente sparite. Big oil è una definizione che non indica più le tradizionali compagnie petrolifere internazionali, dal logo istantaneamente riconoscibile sull'insegna del benzinaio dietro casa, ma società più grandi, di proprietà pubblica, che oggi, insieme ai governi, controllano più dell'80% delle riserve mondiali. Ormai, quindici delle prime venti compagnie petrolifere mondiali sono di proprietà pubblica.
Si è molto allargato anche il cast di quelli che commerciano in petrolio. Il gioco petrolifero globale dei giorni nostri include fondi pensione, operatori monetari istituzionali, fondi di dotazione e hedge fund, oltre agli investitori individuali e agli agenti di Borsa.
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Con tali cambiamenti, il futuro stesso di questa fondamentale materia prima ormai è seriamente messo in discussione, dibattuto e contestato, anche se il mondo ne avrà bisogno più che mai. Il Dipartimento dell'energia del governo degli Stati Uniti e l'Agenzia internazionale dell'energia prevedono che l'impiego energetico globale, anche tenendo conto dei miglioramenti in termini di efficienza, crescerà di quasi il 50% dal 2006 al 2030, e che nel 2030 il petrolio continuerà a garantire il 30% o più dell'energia.
Ma ci riuscirà davvero?
Il petrolio è stato un'industria globale fin dal principio, nel lontano 1861, quando dalla Pennsylvania - l'Arabia Saudita del XIX secolo - partì il primo carico di cherosene per la Gran Bretagna. Ma questa è la globalizzazione dell'offerta, una storia che conosciamo bene. L'elemento nuovo e decisivo è la globalizzazione della domanda.
Per decenni, buona parte del mercato - e i mercati che contavano di più - era concentrata in Nordamerica, Europa occidentale e Giappone. E queste erano anche le zone che crescevano. All'epoca della prima Guerra del Golfo, nel 1991, la Cina figurava ancora fra i paesi esportatori di petrolio.
Ma ora la crescita sta in Cina, in India, in altri mercati emergenti e nel Medio Oriente. Fra il 2000 e il 2007, la domanda giornaliera di petrolio è cresciuta di 9,4 milioni di barili. Quasi l'85% di questo incremento è venuto dai mercati emergenti. C'erano molte ragioni dietro l'impennata dei prezzi fino ai 147,27 dollari dello scorso anno, dalle questioni geopolitiche al dollaro debole, all'impatto dei mercati finanziari e della speculazione (in tutti i suoi molteplici significati). Ma il punto di partenza erano i fondamentali economici, l'impennata della domanda di petrolio trascinata dalla forte crescita economica dei mercati emergenti. Si tratta di un cambiamento forse perfino più forte di quanto creda la gente: quest'anno, finora, si sono vendute più automobili nuove in Cina che negli Stati Uniti. Quando ripartirà la crescita economica, sarà fondamentale capire che cosa succederà alla domanda petrolifera in questi paesi emergenti.
I conti sono presto fatti: più consumatori significano più domanda, il che significa che serve una maggiore offerta. Ma dal punto di vista politico? Qui le previsioni sono meno allegre e prefigurano un nuovo scenario di tensione internazionale, una competizione, perfino uno scontro fra la Cina e gli Stati Uniti per il controllo di risorse petrolifere "scarse". È uno scenario che rievoca un modello storico ben noto, la rivalità fra la Gran Bretagna e l'"emergente" Germania che sfociò nel disastro della Prima guerra mondiale.
Questo scenario, per quanto convincente, ha poco a che fare col reale funzionamento del mercato petrolifero mondiale. I cinesi sono gli ultimi arrivati sulla scena, disposti e capaci di sborsare fior di dollari per ottenere accesso alle fonti di approvvigionamento nuove e già esistenti, e, ultimamente, anche a concedere prestiti a paesi produttori di petrolio per assicurarsi forniture future. Con più di 2mila miliardi di dollari in riserve valutarie estere, la Cina ha sicuramente i mezzi per fare prestiti.
In questo nuovo mondo petrolifero ci sono potenziali punti critici, ma non sarà la normale concorrenza commerciale a scatenarli: i problemi nascono quando il petrolio (e il gas naturale) finiscono implicati in questioni di politica estera più generali; in particolare, oggi, la crisi potenzialmente esplosiva che ruota intorno alle ambizioni nucleari dell'Iran, ricco di petrolio e gas naturale.
Ma nonostante tutto il parlare che si fa di uno scenario di oil clash, complessivamente sembra esserci meno preoccupazione rispetto a qualche anno fa, e molto più dibattito sul "dialogo energetico".
Come può il mondo rispondere contemporaneamente alla sfida dei cambiamenti climatici e a quella della crescita economica, con un'espansione costante nei paesi industriali e una crescita più sostenuta in Cina, in India e in altri mercati emergenti, quando decine di milioni di cittadini di questi paesi usciranno dalla povertà e cominceranno a comprare elettrodomestici e automobili?
La rilevanza attribuita oggi alla tecnologia - in tutto il settore dell'energia - è di un'intensità che non ha precedenti. Tuttavia, la sfida non è semplicemente trovare alternative: è trovare alternative che possano essere competitive su larga scala, com'è necessario.
Quali saranno queste alternative? Possiamo fare alcune ipotesi ragionevoli. Ma per dire la verità non lo sappiamo, e lo sapremo solo quando lo sapremo. Per il momento, è evidente che il forte incremento del sostegno all'innovazione, insieme a consistenti incentivi e sussidi pubblici, darà inevitabilmente una spinta al cambiamento tecnologico, ridisegnando così la curva della domanda futura per il petrolio.
Le sorprese maggiori potrebbero venire dal versante della domanda, tramite la difesa dell'ambiente e l'incremento del risparmio energetico. Gli Stati Uniti sono due volte più efficienti, quanto a impiego dell'energia, di com'erano negli anni 70. Forse assisteremo a un altro raddoppio. Di sicuro il risparmio energetico non ha mai goduto di tanta attenzione e sostegno come oggi.
Solo perché siamo entrati in una nuova era di cambiamenti velocissimi non significa che questa storia sia la storia dell'imminente fine del petrolio. Pensate alla "teoria del picco", cioè alla presunzione che il mondo abbia raggiunto il tetto massimo della produzione di petrolio e che questa sia destinata a diminuire. Storicamente, le tesi sul picco ottengono attenzione nei periodi di mercato rigido e ascesa dei prezzi, sollevando timori di una carenza permanente. Nel 2007 e nel 2008, le convinzioni legate alla teoria del picco hanno contribuito a spingere i prezzi fino a 147,27 dollari al barile. In realtà era la quinta volta che il mondo credeva di aver "esaurito" il petrolio. Il primo caso fu negli anni 80 dell'800; l'ultimo caso prima del record di cui sopra è stato quello degli anni 70.
Tuttavia, esaminando attentamente la situazione delle risorse naturali nel mondo, la dotazione di risorse del pianeta è sufficiente per tenere il passo della domanda ancora per decenni. Questo ovviamente non significa che il petrolio arriverà effettivamente ai consumatori. Possono insorgere una quantità di rischi e intoppi, dai governi che limitano l'accesso, ai sistemi fiscali, ai conflitti civili, alla geopolitica, ai costi crescenti dell'esplorazione e della produzione, alle incertezze sulla domanda. Com'è successo per decenni e decenni, il mutamento delle relazioni fra paesi produttori e paesi consumatori, fra compagnie petrolifere tradizionali e compagnie petrolifere di proprietà pubblica, contribuirà in larga misura a decidere quali risorse saranno sviluppate e quando, e di conseguenza a definire il futuro del settore.
Daniel Yergin
Daniel Yergin ha ricevuto il Pulitzer per «Il premio» (Sperling & Kupfer 1991), pubblicato quest'anno in un'edizione aggiornata. È presidente della Ihs Cambridge Energy Research Associates.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
www.ilsole24ore.com
Sul sito del Sole 24 Ore la versione integrale dell'articolo di Yergin

27/08/2009