PER UN PUGNO DI SCOGLI

PER UN PUGNO DI SCOGLI

Pechino, 25 set. - E adesso Pechino esige le scuse di Tokyo: la vicenda del peschereccio cinese bloccato dalla marina nipponica al largo delle isole Diaoyu- Senkaku continua a produrre gli inevitabili strascichi diplomatici, anche dopo la liberazione del capitano Zhan Qixiong, che i giapponesi trattenevano dall'8 settembre scorso. "Il Giappone intende continuare a rispondere con risolutezza agli incidenti che si dovessero verificare nel Mar Cinese Orientale- ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri Seiji Maehara- e le autorità inquirenti che hanno disposto il rilascio del marinaio cinese lo hanno fatto basandosi esclusivamente sul diritto nazionale. Non esiste una controversia territoriale in quell'area, sulla quale Tokyo continuerà a mantenere la sovranità. Non ho ancora letto le dichiarazioni ufficiali che contengono la richiesta di scuse da parte cinese, e  il governo non ha ancora discusso eventuali misure per rinsaldare i legami con la Cina".

 

Fermezza su tutta la linea, insomma, come quella rivendicata nel comunicato con il quale Pechino domanda un mea culpa al Sol Levante per la violazione "della sovranità territoriale cinese e dei diritti umani di cittadini cinesi"; ma al di là dei proclami ufficiali, qual è la reale situazione di questa manciata di isole deserte nel Mar Cinese Orientale? Su quali fondamenti di diritto internazionale Cina e Giappone se le contendono da anni? Quanto ha influito la politica interna di entrambe le nazioni sulla controversia? E siamo davvero sicuri che Pechino e Tokyo siano gli unici attori in campo?

 

UNA DISPUTA SECOLARE

 

Scorrendo velocemente le pagine della tumultuosa storia asiatica tra l'800 e il '900, emerge che le Diaoyu- Senkaku facevano parte – insieme a Taiwan- dei territori ceduti dalla Cina al Giappone con il Trattato di Shimonoseki, in seguito alla sconfitta del 1895. 1944: un tribunale giapponese stabilisce che queste isole sono parte integrante di Taiwan, ancora sotto controllo nipponico. 1945: l'esercito del Mikado perde la Seconda Guerra Mondiale; Okinawa e i territori circostanti passano sotto amministrazione americana, che li restituisce al Giappone nel 1969. E arriviamo così alla situazione attuale: per i giapponesi, le isole Senkaku fanno parte del territorio nazionale in virtù del Trattato di Shimonoseki. Per il Dragone, il trattato è nullo come tutti gli altri trattati ineguali firmati nell'800 sotto la minaccia delle armi delle potenze straniere; il nome corretto delle isole è Diaoyu, ed esse sono a tutti gli effetti sotto la sovranità cinese, tanto più data la riconducibilità dell'arcipelago a Taiwan, che per la Cina continua ad essere una "provincia ribelle" da riportare sotto l'ala di Pechino. Entrambi i contendenti, inoltre, rivendicano come Zona economica esclusiva quella che si estende entro le 200 miglia nautiche dalle loro coste. Ma c'è un problema geografico di non poco conto: il Mar Cinese Orientale è largo solo 360 miglia. Ed è a questo punto che la controversia assume un aspetto molto più concreto: quello dei diritti di sfruttamento.

 

UNA QUESTIONE ECONOMICA

 

Le Diaoyu-Senkaku sono formate da tre isole maggiori e da numerosi scogli, per una superficie di appena 7 chilometri quadrati. Ma oltre a ospitare fondali ricchissimi di pesce e un patrimonio faunistico introvabile negli arcipelaghi vicini, custodiscono un tesoro nascosto: le isole di Chunxiao e Xihu Sag nascondono ingenti riserve sottomarine di gas naturale, e probabilmente anche petrolio, che secondo proiezioni di Pechino potrebbero arrivare a coprire fino al 20% delle riserve del Dragone. La cinese Sinopec Star conduce studi nella zona fin dal 2005, e già nel marzo scorso, quando il caso del peschereccio non era ancora scoppiato, si era assistito a un battibecco a distanza tra il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino Qin Gang e il ministro degli Esteri giapponese Katsuya Okada. All'epoca la Cina aveva approvato una norma sulla protezione ambientale che includeva anche le isole contestate, suscitando la reazione di Tokyo, che accusava i cinesi di mascherare con l'ecologia quelli che erano meri interessi energetici. Le ricerche di risorse erano state sospese mentre le diplomazie tentavano un accordo. Fino a sabato 18 settembre quando, a crisi già esplosa, il Giappone ha avvistato navi da esplorazione cinesi al largo delle Diaoyu-Senkaku, minacciando ripercussioni se gli scavi fossero ripresi.

 

UN OCEANO TUTT'ALTRO CHE PACIFICO

 

Ma in realtà è tutto il quadrante asiatico dell'Oceano Pacifico ad essere caratterizzato da continue dispute tra gli stati rivieraschi, nelle quali la Cina gioca spesso un ruolo di primo piano. Le acque e le isole del Mar Cinese Meridionale, ad esempio, sono contestate in più punti da Cina, Taiwan, Filippine, Malesia, Brunei, Indonesia, Singapore e Vietnam, e molti di questi paesi –che fanno parte dell'ASEAN- iniziano a guardare con preoccupazione il crescente attivismo di Pechino. Come ricordato in questo articolo di Giovanni Andornino pubblicato da AgiChina24 il 9 settembre scorso, il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha recentemente annunciato "un maggiore impegno di Washington nell'area sin da gennaio, e nel luglio scorso ha utilizzato il palco del Summit dei Ministri degli Esteri dei paesi ASEAN per superare la tradizionale posizione di neutralità statunitense, affermando che per gli Stati Uniti la libertà di navigazione nel Mar della Cina meridionale secondo le previsioni del diritto internazionale (a partire dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare) è un interesse nazionale e che Washington è disponibile a farsi parte attiva per la risoluzione delle relative controversie"; una posizione che il ministro degli Esteri di Pechino Yang Jiechi ha definito senza mezzi termini "un attacco alla Cina".

 

Subito dopo, il Mar della Cina Meridionale è stato teatro di tre esercitazioni militari in grande stile, con la Marina USA che nel giro di pochi giorni si affiancava a quella sudcoreana prima (in funzione anti-Pyongyang) e agli ex nemici del Vietnam dopo; e quella cinese che inscenava una delle manovre più imponenti dalla sua fondazione, nel 1950. Molti analisti danno in rapida ascesa la Marina militare cinese, in passato considerata la cenerentola dell'Esercito di Liberazione Popolare, anche grazie alla prossima costruzione della sua prima portaerei, alle voci che danno in dirittura d'arrivo la realizzazione di un'immensa nave-ospedale, e all'annuncio della creazione dei missili Dong Feng 21D, missili balistici anti-nave che secondo alcuni sarebbero teoricamente in grado di fare breccia nelle difese delle superportaerei USA.

L'America sta adottando una strategia di containment contro la Cina nell'Oceano Pacifico? La Cina sta reagendo?  

 

Di sicuro tutto questo non deve essere fonte di allarmismi; ma probabilmente è sufficiente per tenere d'occhio con maggiore attenzione i crescenti movimenti nell'area. E il caso del peschereccio cinese forse può servire a porsi qualche altra domanda: è un caso che l'incidente sia avvenuto a poche settimane dall'annuncio di Hillary Clinton e dalle esercitazioni militari congiunte? È un caso che i giapponesi abbiano bloccato la nave cinese proprio mentre a Tokyo si giocava una complessa partita politica, con Ichiro Ozawa che sfidava il premier Naoto Kan per la supremazia nel Partito Democratico, che detiene la maggioranza in Parlamento? E se, come è probabile, incidenti del genere sono già avvenuti in passato senza emergere, perché rendere di dominio pubblico la cattura del peschereccio cinese e la detenzione del capitano Zhan Qixiong? Gli scambi commerciali Cina-Giappone ammontano a più di 270 miliardi di dollari annui; ma forse le isole Diaoyu-Senkaku sono la spia di tensioni su interessi più vasti, in un quadrante dai confini ancora troppo vaghi.

 

 

di Antonio Talia

 

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